martedì 1 settembre 2009

Frecce tricolori

Questa volta uso il privilegio che mi hai concesso di poter scrivere nel tuo blog: tu che hai scelto le Frecce Tricolori come simbolo, come puoi tacere sulla questione della loro partecipazione alle celebrazioni di Gheddafi e soprattutto sulla faccenda dei colori? Che dici, devono soffiare solo verde?

domenica 21 giugno 2009

Il Saggio

è nato un nuovo editoriale: Il Saggio.
http://ilgiornalesaggio.blogspot.com/ tenuto da me. chi vuole può seguirlo e in più è possibile anche ricevere mail per ogni articolo scritto!!! affrettatevi perché le mail possono essere destinate solo a 10 persone (sono generate automaticamente)!!!

mercoledì 8 aprile 2009

Ciao Abruzzo

Premessa:Non ho scritto prima di adesso perché a me non piace scrivere delle cose che la Tv, i giornali e tutti i media ci propongono sempre, ad ogni istante della nostra giornata - come il caso Eluana Englaro.
In questi giorni stiamo ascoltando molte testimonianze e racconti per quanto riguarda il terremoto in Abruzzo. Vi scrivo questo appello perché io so cosa vuol dire trovarsi in mezzo ad una strada, vedo continuamente persone del mio quartiere che subiscono - rifiuti della globalizzazione e dell'industrializzazione, diremmo - .
Io non vi sto scrivendo per le case, per il paese squarciato, ma vi sto scrivendo per i parenti delle vittime. Le vittime sono in cielo, le case si possono rifare, ma il dolore resta.
Ho sentito parlare di una persona che ha tutti i parenti lì, ma che non la fanno entrare nel paese. Invito tutti a restare calmi - è facile a dirsi ma ... - e a non andare in quei posti perché ci sono scosse assidue.
Purtroppo però so che per dare abitazione agli sfollati ci vorranno almeno 15-20 anni, e io ne so qualcosa visto che quando ci fu il terremoto in Irpinia, da quel lontano terremoto, molte persone sono ancora in piccole baraccopoli o tende oppure in camper.
Sono stati stanziati molti fondi per questo, dal Parlamento, dalla Curia Romana, dal Fondo Europero per le catastrofi, e tanti altri.

domenica 22 marzo 2009

La mia città in corteo nella giornata del 21 marzo

Centocinquantamila. Quando la testa del corteo organizzato da Libera arriva a Piazza Plebiscito, la coda è ancora alla Rotonda Diaz. Un serpentone di 2 chilometri e mezzo, allegro ma silenzioso. Sul palco si alternano i familiari delle vittime e rappresentanti delle istituzioni cittadine a leggere i nomi delle quasi 500 persone che hanno perso la vita a causa della criminalità. A sorpresa, sul palco è salito anche Roberto Saviano: tocca a lui chiudere il lungo elenco, tra cui anche i nomi dei sei immigrati ghanesi uccisi nella strage di Castel Volturno lo scorso 18 settembre da Giuseppe Setola e dai suoi sicari. La marcia del 21 marzo a Napoli, per la quattordicesima giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie era iniziata con l'inno d'Italia. Lo hanno cantato i familiari delle vittime, in testa al corteo con le fotografie di questi innocenti scomparsi. «Migliaia e migliaia di persone sono qui oggi per un abbraccio alla città - dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell'associazione Libera che ha promosso la tre giorni dedicata all'antimafia - è un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalità organizzata. Oggi siamo qui per ripetere che occorrono meno parole e più fatti». «Questa è soprattutto una giornata di impegno e tutti i ragazzi che ci sono qui intorno sono il segno di una fortissima speranza». Lo ha detto il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. «La veglia di ieri in ricordo di don Peppino Diana - ha detto il sindaco - ha trasmesso la sensazione viva di quanto Napoli abbia sofferto. C'è voglia di pulizia, di civiltà, Napoli è sempre stata una città civile». «Questa città - ha concluso il sindaco partenopeo - deve poter sviluppare tutte le sue energie, libera da interessi malavitosi perchè il governo della città deve essere nelle mani dei napoletani e non sotto il controllo della camorra». In piazza anche il presidente della Regione, Antonio Bassolino che dice: «La camorra e la mafia non sono invincibili, non sono eterni . Da questa manifestazione arriva un messaggio straordinario di speranza e di fiducia, e questo non era scontato. La risposta di Napoli e della Campania sono straordinarie, come l' energia messa in moto oggi da questa terra e da questo paese». Il governatore sottolinea l'importanza della costanza nella guerra alla criminalità organizzata: «La parola d'ordine è continuità. Contro la camorra e la mafia bisogna combattere 365 giorni all' anno, perchè 365 giorni all'anno agisce la criminalità organizzata».
Una morte assurda Un lungo applauso ha accompagnato il discorso di Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo, giovane mamma uccisa dalla camorra mentre accompagnava i figli a scuola. "Aveva 39 anni - ha detto la ragazza tra la commozione dei presenti sul palco - è stata uccisa senza alcuna logica e spiegazione. Occorre trasformare la rabbia in qualcosa di positivo. Quello che abbiamo vissuto non deve capitare più a nessuno. Impegnarsi per la memoria non è né stupido né inutile. Voglio ringraziare tutti e finalmente lo posso dire grazie a Napoli". L'appello di don Ciotti "Alle mafia, alla camorra, al crimine dico: fermatevi, ma che vita è la vostra? Ne vale la pena?". E' l'appello di don Luigi Ciotti ai boss. "Vi aspettano carcere, clandestinità, tanti morti - ha continuato - se avete beni ve li confischeremo tutti, e vi porteremo tutto via quello che avete. Fermatevi, alla fine cosa vi resta? Come giustificate il male che fate agli altri? La vostra è una condanna a vita - ha concluso - non può essere questa la vita. Non basta pentirsi ogni tanto, bisogna convertirsi".
Io mi sono vergognato quando hanno parlato il Presidente della Regione Campania Bassolino e il Sindaco della città di Napoli Iervolino, perché come è possibile che due affiliati parlino al palco di Libera? Perché è stato permesso questo? Io non so chi ha dato loro la parola, però posso dirvi che sarebbe stata la cosa migliore non farli parlare.

venerdì 20 marzo 2009

19 marzo. Libera ospitata a Casale

Casal di Principe ospita la manifestazione di Libera in commemorazione dell'omicidio di don Peppe Diana. Questo sacerdote, ucciso dalla camorra casalese quindici anni fa. Fu proprio quella mattinata, dopo aver preso il caffè a casa, venne assassinato da un killer nella sua chiesa. Era quasi ora della Santa Messa quando si presentò un uomo che, tra le navate della chiesa, cercava don Peppe e cercava indicazioni per sapere dove fosse. In fine, chiese a una vecchietta che era seduta al primo banco e lei gli indicò la porta della sacrestia; a questo punto chiese "chi è don Peppe??" e lui rispose fermamente "sono io!!". Non ebbe nemmeno il tempo di voltarsi che 5 proiettili lo colpirono al volto e al petto facendolo morire all'istante.
Stava per celebrare la messa di S. Giuseppe sposo della B.V.M. suo omonimo. Tutta i fedeli erano in festa quel giorno, la festa onomastica del loro amato parroco. Mancavano pochi minuti all'inizio della Celebrazione della Liturgia Eucaristicaquando PUFF 5 proiettili lo ammazzano. Grande scompiglio tra i fedeli. Il sacrestano andò ad avvisare la moglie incredula che avvisò il resto dei parenti. Grande dolore, grande commozione, grande .......
Quando si parla di casalesi, si pensa subito ai camorristi, invece non è vero. GIovedì ci hanno accolti con le lenzuola bianche fuori i balconi e tutti in piazza ad ascoltare il sindaco, don Luigi Ciotti - presidente dell'Associazione nomi e numeri contro le mafie, Libera - e altri parenti delle vittime.
è stata un'emozione fortissima anche se l'organizzazione per la manifestazione non era delle migliori. Decisamente meglio quella di Bari 2008.

venerdì 6 marzo 2009

Libera, rispondiamo ai pizzini con i tarallini

L’ associazione Libera è nata con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia.
Il nome completo di questa grande associazione è Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, infatti Libera conta più di 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base etc etc. Alcuni dei concreti impegni di Libera sono: la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo e le attività antiusura.
Le leggi che hanno portato all’utilizzo dei beni sequestrati
alla mafia sono:

  • 575 del ’75: il questore ha facoltà di sequestro dei beni dei mafiosi.
    Ma i mafiosi continuavano ad abitare nelle case.
  • 646 del 1982 denominata ROGNONI LA TORRE non si colpisce il singolo ma l’organizzazione con la confisca dei beni. Di fatto si taglia un ramo e si toglie linfa all’organizzazione.

La legge nasce da un’intuizione di Falcone che in uno dei suoi interrogatori chiese come poter colpire al cuore l’organizzazione mafiosa e gli fu risposto di agire colpendo i beni accumulati dai mafiosi.

L’associazione Libera, in tutta Italia ha siti dove produce vini, taralli, pasta, dolcetti, e tutti beni di consumo alimentare, che vende in piccoli negozi sparsi in Italia che si chiamano Botteghe sei Saperi e dei Sapori. Esse vendono questi prodotti e spiegano agli acquirenti quanto scritto sopra.
Il ciclo per vendere è:
una collaborazione tra Prefettura e Libera che si attua tramite la firma di un protocollo d’intesa.
Il pool antimafia -> confisca e cede a Libera -> Libera impegna persone che si sono liberate da problematicità (ex tossicodipendenti, etc) -> si produce lavoro e beni in piena legalità.

L’Associazione promuove anche la Giornata della Memoria e dell’Impegno contro le mafie, il 21 marzo. Primo giorno di primavera, scelto dal presidente di questa associazione, don Luigi Ciotti.

Per combattere le mafie, dobbiamo innanzitutto cambiare dei nostri piccoli gesti quotidiani, per poi arrivare al grande “carciofo”, ogni arresto che si fa è una foglia in meno, ogni foglia in meno porta al cuore del carciofo, l’asporto del cuore del carciofo determina la vittoria della legalità!

domenica 1 marzo 2009

Italia atomica?


Il ministro Scajola crede che più del Quorum italiano sia favorevole alle centrali che sfruttano l’energia dall’atomo per produrre energia elettrica. Immediatamente alcune organizzazioni locali hanno detto il proprio «no» data l’incognita quale «in che città le mettiamo?». Credo che nessuno di noi voglia vicino casa o in Provincia una centrale nucleare, o meglio, nessuno le voglia nel suo Stato! Vi ricordo che lo scoppio di un solo reattore nucleare a Cernobyl (reattore 4) ha causato danni in tutto il continente!
Al momento i «siti disponibili» sono: Trino Vercellese, Caorso (Piacenza), Montalto di Castro (Viterbo), Garigliano (Caserta) e Latina. Lottiamo sempre acciocché non si costruiscano in Italia queste centrali! Certe persone direbbero «ci sono tante centrali vicino al nostro paese e adesso ci preoccupiamo per “qualche” centrale in Italia?» in effetti, ce ne sono tante di centrali nucleari nel mondo: Stati Uniti (104 centrali), Francia (59 centrali), Giappone (55 centrali) e Russia (31 centrali). Tra i paesi europei da segnalare i 17 impianti in esercizio della Gran Bretagna, i 17 della Germania, i 10 della Svezia, gli 8 della Spagna, i 7 del Belgio e i 5 della Svizzera; MA IN ITALIA NON LE VOGLIAMO!!!
Con la costruzione di centrali nucleari in Italia, diminuiremmo di tanto la spesa per acquistare energia da altri paesi, però un mal funzionamento potrebbe causare la DEVASTAZIONE dell’Italia!!!

lunedì 23 febbraio 2009

I medici si ribellano

Dopo il disegno di legge contro gli extracomunitari approvato dal governo, l'ordine dei medici si ribella comunicando «viva preoccupazione e forte dissenso». Ed è stato detto che il ddl è contro il giuramento professionale e l'articolo 3 del Codice Deontologico che impongono ai medici di curare ogni individuo senza discriminazioni legate all’etnia, alla religione, al genere, all’ideologia, di mantenere il segreto professionale e di seguire le leggi quanto non siano in contrasto con gli scopi della professione. Il Consiglio nazionale della Fnomceo, mentre lancia un ammonimento a tutti i medici a seguire i doveri della professione (Le infrazioni al Codice deontologico sono sanzionabili dagli Ordini di appartenenza), promette che «sarà vicino ai colleghi che dovessero incorrere in procedimenti sanzionatori per aver ottemperato agli obblighi deontologici». Sul piano della sanità pubblica, inoltre, la Fnomceo segnala che «la possibilità di denuncia creerà percorsi clandestini di cura, sottraendo al controllo della sanità pubblica le patologie diffusive emergenti».
Fino ad oggi, temevo che la legge venisse approvata, però finalmente l'Ordine dei Medici italiani si è ribellato. Tutti hanno diritto alle cure mediche, tutti! nessuno può privare gli "invasori" (come hanno scritto alcuni giornali) dalle cure mediche appropriate.

venerdì 20 febbraio 2009

Rihanna


Come vedete, un altro caso di violenza; una cosa brutale. Rihanna, la cantante, è stata pestata dal fidanzato Chris Brown E LO VUOLE PERDONARE SENZA PENSARE ALLA SUA SALUTE!
Ma ci rendiamo conto fin dove siamo arrivati? guardate la foto delle condizioni del suo viso... secondo voi, è normale? un atto di violenza indescrivibile e inimmaginabile!
"Pazza per amore" direbbe qualcuno.. io dico invece FOLLIA ALLO STATO PURO. Chi - in quella situazione - perdonerebbe il fidanzato-aggressore?
E BASTA! Basta con la violenza!!!
Riporto un articolo (fonte: virgilio):
Il sito di gossip TMZ, da sempre in prima linea sul caso Rihanna, pubblica la prima e unica foto vera della cantante dopo il pestaggio da parte del fidanzato Chris Brown. E l'immagine è anche più impressionante di quella al Photoshop, circolata nei giorni scorsi.
Mentre la Polizia di Los Angeles, come nei telefilm, si interroga sulla misteriosa fuga di notizie (come se se fosse la prima volta che uno scatto che scotta vien dato in pasto ai gossiper), la povera sfigurata ha già voltato pagina. Secondo il solito ben informato, infatti, Rihanna è sulla buona strada del perdono. Sembra che dall'ospedale di lusso dove è rinchiusa in attesa di recuperare lineamenti umani, non faccia che chiedere notizie del fidanzato. E come tutte le "donne che amano troppo", invece di concentrarsi sui suoi futuri interventi di chirurgia plastica, si preoccupa di sapere se quel farabutto di
Chris sta bene. E' sempre il solito teorema -Ferradini, che evidentemente non risparmia neppure le popstar di fama mondiale. Stando alle voci, la sventurata, sarebbe pronta a fare rewind pur di ricominciare da dove erano rimasti. Magari promettendo anche all'amato di non tediarlo più con fastidiose scenate di gelosia, come quella dopo il famigerato party Pre-Grammy.
Mai come in questi casi servono le amiche: se la cantante di Disturbia ne ha qualcuna, è il caso che si faccia avanti al più presto.

giovedì 19 febbraio 2009

Legge applicata correttamente - li hanno arrestati!

La Polizia Giudiziaria di Roma, dopo una indagine fatta al vecchio stile. Sono due romeni, gli aggressori del ragazzo 16enne e stupratori della ragazzina 14enne al parco della Caffarella – Roma. Il giorno di San Valentino loro passeggiavano nel parco della Caffarella, verso le 18 del pomeriggio, quando tutto un tratto spuntano due romeni che pestano e bloccano il ragazzo a terra a turno, mentre l’altro violenta la ragazzina di soli 14 anni. Dopo quei momenti, sono corsi tenendosi per mano, fuori dal parco, in un bar, dove sono stati accolti e aiutati da due baristi che hanno avvertito le forze dell’ordine. Grazie ai loro identikit gli inquirenti sono risaliti agli aggressori, Alexandru Isztoika Loyos, 20 anni e Karol Racz, 36 anni già condannato per altri reati all’espatrio. Quest’ultimo è stato catturati mentre cercava di scappare dall’Italia.
Il sindaco Alemanno, «con forza il pro­blema della certezza della pena». Casini, «castrazione chimica per gli stupratori».

Casini, ha perfettamente ragione, c’è bisogno di una castrazione chimica per chi commette questo genere di reati, visto che la legge non viene né rispettata né applicata come si deve e inoltre nei casi in cui viene applicata correttamente, si corre il rischio che, dopo la scarcerazione per TERMINE DELLA PENA (e non altro, si spera) il delinquente possa ricommettere gli stessi errori.

mercoledì 18 febbraio 2009

Chiaiano, riaperta la discarica Scoppia la protesta dei cittadini


Da lunedì notte la cava di Chiaiano è ufficialmente una discarica, anzi la discarica di Napoli. Per fermare la trasformazione dell’ex poligono di tiro in sversatoio, al centro del Parco delle Colline, non sono stati sufficienti mesi di proteste, di appelli, di ricorsi. Il sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso ha firmato l’ordinanza di apertura e già sono state scaricate 200 tonnellate di spazzatura. Tutte provenienti dall’ottava circoscrizione di Napoli, cioè i quartieri della periferia nord della città, e di Mugnano e di Marano, i paesi confinanti. Sversamenti a ritmo ridotto per ora, incrementati fino ad arrivare alle 700 tonnellate giornaliere di spazzatura che giungeranno sempre dalla zona nord per evitare problemi alla circolazione veicolare. Secondo i tecnici non si arriverà a questa quantità perché nei giorni scorsi a Marano, Mugnano e Chiaiano è stata avviata la raccolta differenziata con un protocollo d’intesa tra le amministrazioni comunali, l’ottava municipalità e la struttura del sottosegretariato. Il buio e nessuna pubblicità hanno aiutato i conferimenti ed hanno colto di sorpresa i comitati antidiscarica. Gli autocompattatori poi non sono entrati dalla strada che immette nella cava dalla rotonda Rosa dei Venti, più nota come Titanic, sempre presidiata da comitati civici, ma da una strada dei Camaldoli. La mobilitazione per la protesta comunque c’è stata. Un corteo si è diretto nel pomeriggio verso il Comune di Marano dove era in corso una giunta straordinaria convocata dal sindaco Salvatore Perrotta per decidere le misure da adottare. « Nessun autocompattatore della mia città ha sversato la scorsa notte nella cava di Chiaiano » ha detto il sindaco, che si è fatto interprete del disagio e dell’amarezza della gente del quartiere, le cui strade conoscono ancora l’emergenza rifiuti. « Siamo danneggiati due volte – dicono tutti–. Sappiamo che la rimozione della spazzatura dalle strade non compete a chi gestisce la discarica. Ma al di là delle competenze resta il fatto di un territorio che continua ad essere mortificato dalla spazzatura, quella che viene portata in discarica e quella che non viene raccolta » . Sarcastico il commento del sindaco Perrotta: « È paradossale che mentre qui si apre una discarica, in diverse zone, come via del Mare, vi siano cumuli di rifiuti, alcuni anche ingombranti. Valuterò se dimettermi ­aggiunge poi. - Sembra che io non abbia più armi per sventare questo stupro del territorio. Non so più cosa fare, se si è deciso di aprire lo sversatoio nonostante ci sia in corso un giudizio pendente dinanzi al Tar del Lazio, la cui decisione è attesa per il prossimo 25 febbraio. Avevo chiesto a Bertolaso di aspettare fino ad allora » . In un intervento della magistratura confidano tutti come osserva il consigliere comunale Carlo Migliaccio, che con il sindaco Perrotta ed alcuni rappresentanti dei comitati civici ieri mattina si è recato alla cava, presidiata da polizia, carabinieri ed esercito. La rassegnazione non è comunque una caratteristica degli abitanti di qui. Proprio davanti alla cava in serata si è raccolto un folto gruppo di manifestanti antidiscarica e la tensione è palpabile: l’intento è di bloccare l’ingresso nella notte ad altri autocompattatori. Insieme ai comitati civici L’europarlamentare dei Verdi Monica Frassoni: « Con questa ultima dimostrazione di forza – osserva – il governo Berlusconi ci pone di fronte al fatto compiuto di una discarica, localizzata, approntata e aperta nella più totale illegalità, in spregio delle normative nazionali ed europee in materia di tutela ambientale, trasparenza e salute dei cittadini. Con grande rammarico bisogna sottolineare che la Commissione europea, nonostante sia stata costantemente informata dell’evolversi della situazione non ha mai voluto agire in modo rapido e visibile alle evidenti e documentate irregolarità. Se vi saranno i temuti danni alla salute e all’ambiente oltre al governo anche la Commissione europea andrà considerata responsabile per la sua inazione » .

sabato 7 febbraio 2009

Diritti umani, scontro tra Mosca e Ue

Barroso: "Preoccupati per gli omicidi politici". Putin: voi maltrattate gli immigrati

Il presidente della Commissione ha ricordato i recenti assassini di giornalisti
Il premier russo: "Conosciamo lo stato dei sistemi carcerari di certi paesi europei"



MOSCA - Se tra il Cremlino e la Casa Bianca è tempo di disgelo, così non è tra la Russia e l´Unione Europea: il freddo continua a dominare i rapporti tra Mosca e Bruxelles, anche a guerra del gas conclusa e dopo la guerra in Georgia. Lo ha dimostrato ieri un pepato scambio di accuse tra Putin e Barroso, il presidente della Commissione europea, a proposito dei diritti umani. Barroso guidava una folta delegazione per preparare il terreno del prossimo summit Russia-Eu, il 21 e 22 maggio. Gli incontri di Barroso e dei suoi commissari con Putin e Medvedev si sono focalizzati sulle questioni della sicurezza, dell´energia e della cooperazione economica ma, anche, sul problema del rispetto dei diritti umani.E proprio su questo ultimo scoglio si sono infrante le due diplomazie. Barroso, infatti, rivolgendosi al premier russo Vladimir Putin, quasi con un rimprovero, gli ha ricordato che nell´opinione pubblica europea «c´è sempre più una certa preoccupazione in seguito ai recenti avvenimenti in Russia, come gli omicidi di alcuni giornalisti e di difensori dei diritti umani». Il fatto è che quest´osservazione, Barroso l´ha rivolta durante la conferenza stampa congiunta che ha chiuso gli incontri della giornata. Sotto le telecamere delle emittenti di tutta Europa, anche quelle russe. Si è visto chiaramente la mascella di Putin indurirsi, e uno sguardo di stizza ha fulminato l´ospite quando Barroso ha sottolineato come avesse affrontato lo spinoso argomento con il presidente Medvedev. Quasi a dire: con lui si possono affrontare e discutere tematiche delicate e sensibili. Come il duplice assassinio dell´avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastassjia Baburova. O come la recentissima intimidazione subìta da Alexej Venediktov, popolare direttore di Radio Eco di Mosca, l´emittente russa più liberale, che racconta spesso e volentieri le problematiche legate alle violazioni dei diritti umani e ai soprusi del regime. La replica di Putin è stata acida: «Il signor Barroso ha discusso questi temi al Cremlino, ma ne ha parlato qui dove il presidente non c´è e non può dire la sua a questo proposito». Non solo. È passato al contrattacco, come già in altre occasioni, rinfacciando all´Europa che non è solo la Russia a doversi vergognare: «Noi non siamo soddisfatti del modo in cui è trattato il problema della popolazione russofona nelle repubbliche baltiche. Sappiamo che ci sono delle violazioni dei diritti degli immigrati nei Paesi europei, conosciamo lo stato dei sistemi carcerari di certi Paesi europei».

Eluana, il Quirinale boccia il decreto Berlusconi: "Cambio la Costituzione"

Varato un ddl. "La Englaro potrebbe anche avere dei figli"


Senza la possibilità di ricorrere a decreti legge, tornerei dal popolo a chiedere di cambiare la Costituzione e il governo
Non mi volevo sentire responsabile di un´omissione di soccorso Si eviti l´uccisione di un essere umano


ROMA - Scontro frontale tra poteri dello Stato al capezzale di Eluana morente. Conflitto aspro e diretto tra Berlusconi e Napolitano («non penso minimamente all´impeachment del capo dello Stato», precisa il primo a dispetto delle apparenze), col Vaticano che in nome della vita parteggia per Berlusconi contro il capo dello Stato. Giornata caldissima e confusa, forse di svolta. Fini prende le distanze da Berlusconi parlando di «forte preoccupazione» per il mancato accoglimento dell´invito del capo dello Stato. E a testimonianza di queste divisioni trasversali arriva ieri sera la vistosa assenza, in Consiglio dei ministri, dei ministri leghisti. Napolitano ha trasformato in lettera ufficiale al governo le perplessità che aveva fatto filtrare da giorni, già durante il suo recente viaggio in Lussemburgo. Dubbi costituzionali non irrilevanti, giacché solo la sua firma rende valido il decreto del governo che in assenza non vale niente. La lettera era in pratica già un preannuncio di firma negata. L´annuncio però è arrivato nel pomeriggio, come risposta alla decisione di Berlusconi di tirare diritto, a dispetto del Quirinale. Il capo del governo infatti ha deciso di non tener conto della contrarietà di Napolitano. Quasi un´estrema strizzata d´occhio al voto cattolico. E sfidando il Quirinale ieri mattina ha presentato in Consiglio dei ministri il decreto per tentare d´impedire l´interruzione dell´alimentazione al corpo della ragazza senza conoscenza da 17 anni. Nel pomeriggio colpo di scena. Una lettera del presidente della Repubblica nella quale Napolitano spiega il suo potere costituzionale di rifiutare la firma a certi atti del governo. Ciò vale per «provvedimenti d´urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall´articolo 77 della Costituzione». Una disposizione, spiega ancora il capo dello Stato, verso atti «manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali», peraltro confermata «da più precedenti». E soprattutto annuncia che non firmerà quel decreto («non posso che farmi guidare dalla Costituzione»), vanificando così l´ukase del capo del governo. Quasi nelle stesso ore Berlusconi, in una conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri, si sporge più in là. Dice che «Eluana è una persona viva, che ipoteticamente potrebbe anche avere un figlio». Torna allo scontro politico e spiega che se il capo dello Stato deciderà di non firmare il decreto legge su Eluana allora «inviteremo il Parlamento a riunirsi ad horas e ad approvare in due o tre giorni una legge che anticipi la legge, già all´esame del Parlamento, che contiene questa norma». Così è. In serata si riunisce di nuovo il consiglio dei ministri e vara stavolta un disegno di legge sulla falsariga del decreto non firmato dal capo dello Stato. Il provvedimento va subito al Senato, che procederà a passo di carica. Il testo potrebbe andare all´esame dell´aula già nei primi giorni della prossima settimana. Ma non basta. Vista la dimensione dello scontro in atto il capo del governo va oltre, molto oltre nel braccio di ferro che lo contrappone al capo dello Stato. «Se non ci fosse la possibilità di ricorrere ai decreti legge tornerei dal popolo e chiederei il cambiamento della Costituzione, che può essere scritta in modo più chiaro», dice. Perché la lettera del Colle è «una innovazione» mentre invece la decisione sui requisiti di necessità e urgenza spetta al governo, non a un altro organo», teorizza il "neocostituzionalista" Berlusconi.

lunedì 19 gennaio 2009

Tutti i segreti della Cadillac di Obama








Dal pianale blindato di un pick-up allo spessore delle lamiere, dalle alle armi nascoste a bordo, alla scorta di sangue per eventuali trasfusioni. Ecco come è fatta la cadillac Number One che dal 20 gennaio accompagnerà il nuovo Presidente degli Stati Uniti.




ANTICIPAZIONI Le prime foto ufficiali confermano gli scatti rubati e i rumors raccolti su quella che sembra una limousine ma, in realtà, la limousine che utilizzerà il primo presidente nero degli Stati Uniti, costituisce un inedito ibrido tra una berlina, un truck e...un autoblindo. Non si tratta infatti di una Cadillac DTS stiracchiata, di cui riporta sul frontale e sulla coda le identità visive delle luci a sviluppo verticale. La Presidential Limousine è basata sulla piattaforma del GMC Topkick, muscoloso truck americano fino al midollo e soprattutto in grado di garantire, con il suo telaio a longheroni, robustezza e fisicità adeguate per sopportare un carico di dotazione e sicurezza fuori ordinanza. Tutto il resto è stato sviluppato ad hoc.
NUOVA LIMO NUOVA ERA Dietro la cortina fumogena dei servizi segreti - che per evidenti ragioni non rilasceranno mai ufficialmente i dettagli, neppure la cilindrata e il peso complessivo - non mancano i motivi di interesse per la limo sviluppata insieme alla Task Force GM. Che insieme a Ford, con le Lincoln dell’era Reagan ad esempio, ha avuto l’onore di mettere le ruote ai Presidenti USA. Un progetto tutto nuovo e non un adattamento da limousine esistenti, come accadeva fino al 1993.
LUNGO CORSO Risale infatti all’era Clinton il primo progetto ad hoc. E sempre di Cadillac sono le due ultime limo del 2001 e del 2004, entrambe usate da Gorge W Bush e ancora in servizio (qualcuno ricorderà anche l’inconveniente accusato durante l’ultima visita a Roma con il motore ammutolito). Forse anche a seguito di ciò, la nuova Presidential Car è stata oggetto di cure e sviluppi particolari e approfonditi test. E poi è bene ricordare che le limo presidenziali non sono mai dei pezzi unici, si dice che i servizi segreti ne usino diverse contemporaneamente per sviare i malintenzionati. E, soprattutto, rimangono in servizio per almeno dieci anni, magari degradate a "navette" per Capi si Stato – più o meno importanti – in visita alla Casa Bianca. Corre voce infatti che di questa ultima versione ne verranno costruiti - nel tempo - almeno dieci esemplari.
CONFERME DI PORTAMENTO A guadarla da fuori non manca l’immaginario estetico a cui siamo abituati. A cominciare dal vestito scuro della carrozzeria, come la tipica griglia Cadillac sul muso, con i gruppi ottici anteriori e posteriori ai quattro angoli. E le bandiere degli Stati Uniti e della Presidenza sul lungo cofano, illuminate nottetempo dagli spot al led, novità adeguata ai tempi e agli sviluppi dell’illuminotecnica.
TROVA I PARTICOLARI Aguzzando la vista oltre il classico format a tre volumi, si notano, guardandola dal fianco sinistro, i quattro finestrini laterali, il simbolo della Presidenza verniciato, le due porte, con quella per l’ingresso dei passeggeri posteriori posta, a centro fiancata, con un passo chilometrico in bella vista. Pneumatici runflat e cerchi oversize, oltre a due antenne sul coperchio del bagagliaio sembrerebbero chiudere tutto nei canoni della normalità. Ma sotto le apparenze tranquillizzanti si nasconde quasi…una macchina da guerra.
ICONA DI POTERE Non tanto per l’attacco, quanto per la difesa e la sopravvivenza del Presidente, in grado di sopravvivere in ambiente ostile. Tra le informazioni ufficiali e vari rumors di fonti più o meno affidabili (comprese pellicole discusse come Death of a President, documentario non autorizzato del 2006 in cui si realizzava un’attentato mortale a Bush) siamo in grado di ricostruire un quadro quasi realistico della vita a bordo della limo di Obama. E delle particolarità pensate – in primis – per salvare il prezioso carico. Dal classico attentatore con fucile appostato sui tetti o nelle vicinanze, fino alle ipotesi remote ma sempre possibili, come quelle di attacchi esplosivi, chimici o nucleari, si tratta di situazioni che sulla carta trovano adeguate risposte.
VETRATA BLINDATA La blindatura costituisce il nocciolo duro della limo, il punto di partenza obbligatorio. E se già le precedenti versioni erano in grado di resistere a scariche di mitragliatore, il passo in vanti dovrebbe essere tangibile in questa nuova versione, basta guardare lo spessore dei vetri antiproiettile e la loro stessa superficie, ridotta all’osso per limitare anche "l’area di tiro" ad eventuali malintenzionati. Inoltre, i vetri oscurati non rendono identificabili i passeggeri, mentre per la loro stessa consistenza lasciano trasparire poca luce a bordo e richiedono un’illuminazione specifica interna.
15 CENTIMETRI Non mancano lamiere trattate e rinforzate con spessore fino a 15 centimetri (sì, 15 centimetri!). Non solo per tetto, bagagliaio e portiere con un mix di alluminio, acciaio titanio e ceramica, ma pure per i cerchi, in modo da garantire insieme agli pneumatici rinforzati in kevlar di non fermarsi al primo proiettile sparato, e per tutti gli elementi critici, come la batteria. Le zone intorno al serbatoio di gasolio (il motore è diesel e sembra quasi dissacrante in America, ma risponde ad esigenze di robustezza ed utilizzo in tutto il mondo) sono oggetto di ulteriore protezione, con schiume assorbenti in grado di limitare al massimo il rischio esplosione o incendi.
COME UN BOEING Basta guardare le foto ufficiali e quelle "rubate" per rendersi conto dell’eccezionalità delle misure di sicurezza introdotte: le portiere, per spessore e peso, secondo chi ha avuto modo di partecipare allo sviluppo, non sono proprio delle piume nelle fasi di apertura e chiusura. Addirittura richiederebbero uno sforzo di apertura e chiusura pari a quello del portellone di un Jet.
COMUNICAZIONI SICURE E sempre degno di un aereo sarebbe il kit di comunicazione alloggiato nella plancia. Con radio, telefoni, night vision camera, e soprattutto un GSM bidirezionale in grado di comunicare sempre la propria posizione alla centrale operativa. E tutto ciò anche se la limo non viaggia mai sola, ma accompagnata dal corteo con altre berline, auto della polizia, motociclette e van dei servizi segreti. Una curiosità: la blindatura meno rinforzata sarebbe da ricercare proprio nel parabrezza anteriore, in modo da ridurre la distorsione ottica per il pilota a livelli accettabili: deve pur sempre guardare la strada.
SUA ALTEZZA Il finestrino del pilota rimane l’unico ad aprirsi di qualche centimetro, per comunicare con l’esterno, nella fattispecie durante le parate e i bagni di folla con l’agente dei Servizi che vedete correre o muoversi al fianco. L’utilizzo del pianale da truck sarebbe stato imposto anche dalla necessità di viaggiare più alti da terra e con una blindatura rinforzata sul pianale stesso, in modo da ridurre i danni in caso di attacchi con esplosivi sulla strada. Sempre l’altezza maggiorata rende la limo più usabile e in grado di affrontare percorsi con rampe e angoli di pendenza prima difficilmente superabili causa il paso extralungo.
SUPERPATENTE A proposito dell’autista, c’è da dire che oltre alle tradizionali doti di riservatezza e perfetta integrità fisica viene sottoposto ad un adeguato training, per avere la padronanza in tutte le condizioni e su tutti i fondi di una limousine di sicuro non agile e maneggevole. Il training comprende anche la capacità di rispondere ad eventuali attacchi con manovre d’emergenza codificate. Non si tratta di una particolarità unica al mondo, piloti addestrati a guidare e reagire in condizioni di emergenza sono molto richiesti e ci sono alcune Case (ad esempio anche BMW) che offrono programmi specifici in tal senso.
COCOON FILTRATO Altre indiscrezioni raccolte sono prevedibili, come quelle – probabilmente vere – che vorrebbero gli alloggiamenti portaombrelli utilizzati per alloggiare fucili, lacrimogeni o altre armi di difesa in caso di emergenza. Ma soprattutto, la limo di Obama è pensata per assicurare la sopravvivenza in qualsiasi condizione: non solo resistenza ai proiettili dunque, ma anche bombole di ossigeno alloggiate nel bagagliaio e sotto i sedili e filtri per bloccare l’ingresso di agenti esterni dalle bocchette del clima, in caso di attacchi chimici. Con in mente la salvaguardia della vita sempre al rimo posto.
AMBULATORIO DI LUSSO Per questo è stato previsto un kit "pronto intervento" medico che comprende pure la trasfusione di sangue al Presidente in caso di necessità (ne viene conservata una sacca nell’apposito ripostiglio refrigerato). Uno dei posti più protetti e più sicuri al mondo, in grado di trasportare quattro persone, separate dal classico vetro, tipo separé dall’autista (si comunica con il classico interfono). Con poltrone in pelle e finiture "fatte a mano" secondo la tradizione Cadillac.
SCHEDA TECNICA Date le premesse acquisisce meno importanza guardare ai tradizionali parametri di riferimento per le auto normali, come la cilindrata. Sotto il cofano ci sarebbe un 6,5 litri alimentato a gasolio, o le prestazioni davvero poco impressionanti, con uno zero-cento in 15 secondi che coincide anche con la punta massima raggiungibile. Peso e dimensioni non consentirebbero comunque di adottare una guida sportiva. Come la stessa etichetta e la necessità di far lavorare il Presidente a bordo.
CURIOSITÀ SEGRETE L’unico sedile a regolazione elettrica sarà proprio riservato a Obama, che – dichiaratamente maniaco di tecnologia e gadget multimediali – potrà disporre di PC dedicato con connessione wi-fi protetta, telefono satellitare con linea riservata per comunicare con la CIA, il Vice Presidente e il Pentagono. Altri particolari e fotografie probabilmente si conosceranno nel tempo e saremo pronti ad fornirveli. Come quelli che un domani, più o meno lontano, si riferiranno alla riduzione delle emissioni della limousine presidenziale, che per l’occasione avrà utilizzato una propulsione ibrida.
RAGION DI STATO Al momento le emissioni della Cadillac Number One sono di tutt’altro tenore. E nonostante il neo-Presidente creda nelle auto ecologiche e dalle emissioni ridotte (in passato aveva venduto la sua Chrysler 300C per passare ad una Ford Escape ibrida), per "ragion di Stato" dovrà accontentarsi di muoversi a bordo di una superlimousine non proprio ecologica. Anche se in Cadillac ci tengono a far notare che l’impronta a terra non è aumentata…

giovedì 15 gennaio 2009

Lo Stato ha vinto ancora..

"I carabinieri di Caserta spezzano la latitanza di Giuseppe Setola, killer di vari gruppi di fuoco"

I militari lo catturano in un anonimo appartamento al confine tra Campania e Lazio. C´è la sua ombra nel massacro di una ventina di persone, anche innocenti. Nell´omicidio di Domenico Noviello, imprenditore coraggioso che aveva denunciato per estorsione il clan Bidognetti; nell´esecuzione di un altro inerme incensurato, Lorenzo Riccio, ucciso perché il suo datore di lavoro, otto anni fa, aveva portato alla sbarra gli esattori del clan.Sono le 15 e pochi minuti. Lo scacco matto dello Stato avviene, per beffa del boss, nel paese che è medaglia d´oro al valore militare, Mignano Montelungo. «Avete vinto voi», dice Setola, sguardo di ghiaccio. Altro che invalido senza vista, con il bastone e gli occhiali scuri, come si faceva fotografare dai soci criminali nei covi della latitanza. Ben altre foto sono quelle segrete, trovate nel computer di Setola; lui con la sigaretta che pende dalle labbra, e la posa da divo; lui che lavora e scrive al video. È un giorno che resterà nell´album dell´antimafia: si congratulano i ministri dell´Interno e della Giustizia, il capo della polizia Antonio Manganelli è tra i primi a complimentarsi con il colonnello dell´Arma Carmelo Burgio, sorridono il procuratore capo Lepore con il procuratore aggiunto Franco Roberti e con tutti gli otto pubblici ministeri che non hanno mai allentato la morsa, in questi mesi, su killer e affari dei casalesi. Da Casal di Principe l´associazione Libera e il comitato "Don Peppino Diana" (il prete ucciso dai casalesi) fanno partire centinaia di mail e di sms. «Un grazie immenso alle forze dell´ordine, questo Stato è il nostro Stato».
Ieri pomeriggio, Setola pensava di farla ancora franca. Il capobranco dei casalesi sta per spiccare un balzo su un lucernario, quando capisce di essere in trappola. È scalzo, ma trascina un borsone con 50mila euro e un arsenale "da viaggio", 2 pistole e un fucile a pompa. Può disporre di armi ed esplosivo, lui e i suoi uomini. Per fortuna, l´eco della sua ultima minaccia arriva quasi all´unisono con il brindisi dello Stato per la sua cattura. Parole di fuoco, che stavolta hanno corso meno di lui. Lo racconta, l´altra sera, una fonte riservata alla Procura di Napoli: e quelle parole vengono immediatamente trascritte in una urgente annotazione di servizio. In sintesi: «Setola ha detto che se non scarcerano sua moglie (per il cui fermo, è prevista oggi l´udienza di convalida, ndr), butta quattro bombe a mano sulla caserma dei carabinieri di Aversa». Circostanza che viene confermata indirettamente subito dopo la cattura del boss, quando Setola si "lamenta" con i carabinieri per la cattura di sua moglie. E poi, salutando i giornalisti mentre lo portano via, richiama a voce alta il suo avvocato: «Mi raccomando, quella cosa di mia moglie». Da tre giorni, Setola era anche il "fantasma" delle fogne, dopo la mancata cattura nel covo di Trentola Ducenta, dal quale era sfuggito per pochi istanti gettandosi nelle condotte sotterranee e quasi fratturandosi una mano, e strisciando nella melma per un chilometro e mezzo. Quella mattina, apprenderanno gli 007 dell´Arma e della polizia, i fiancheggiatori si diedero appuntamento in un bar di Casal di Principe per brindare con champagne a quel boss sgusciato via come un topo. Ieri, è lo Stato, più sobriamente, a ordinare spumante al bar della Procura.

sabato 20 dicembre 2008

Onu, sui gay il Vaticano contro Parigi

Per la Santa Sede la risoluzione spiana la strada alle nozze omosessuali


CITTA´ DEL VATICANO - L´Osservatore Romano attacca frontalmente l´iniziativa del presidente francese Sarkozy all´Onu per l´abolizione delle legislazioni repressive verso i gay. «Il documento francese proposto alle Nazioni Unite - scrive il giornale della Santa Sede - non è finalizzato, in primis, alla depenalizzazione dell´omosessualità nei paesi in cui è ancora perseguita». Invece «promuove una ideologia, quella dell´identità di genere e dell´orientamento sessuale».A cascata, secondo l´Osservatore, si presenterebbero una serie di pericoli. «A rischio» sarebbero la «libertà di espressione oppure a quella di pensiero, di coscienza e di religione». In conseguenza passerebbe il tentativo di ottenere l´equiparazione delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e poi, per le coppie omosessuali, la possibilità di adottare o procreare bambini. Bambini, sottolinea il giornale vaticano, che «rischierebbero, tra l´altro, di non conoscere mai uno dei due genitori e di non poter vivere con lui o lei». Infine, le religioni potrebbero vedere conculcato il diritto di trasmettere il loro insegnamento rispetto ai rapporti uomo-donna.Intanto la Santa Sede è già stata costretta a una precisazione importante. Il nunzio presso l´Onu, mons. Celestino Migliore, ha steso una nota sulla mozione, presentata dalla Francia a nome dei 27 paesi dell´Unione europea (Italia compresa): «La Santa Sede apprezza gli sforzi fatti nella Declaration on human rights, sexual orientation and gender identity, presentata all´assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 Dicembre 2008, per condannare ogni forma di violenza nei confronti di persone omosessuali, come pure per spingere gli Stati a prendere le misure necessarie per metter fine a tutte le pene criminali contro di esse».A parere del nunzio, però, le «categorie orientamento sessuale e identità di genere, usate nel testo, non trovano riconoscimento o chiara e condivisa definizione nella legislazione internazionale. Se esse dovessero essere prese in considerazione nella proclamazione e nella traduzione in pratica di diritti fondamentali, sarebbero causa di una seria incertezza giuridica».E´ questo punto, che viene vivacemente contraddetto dalle organizzazioni omosessuali. Franco Grillini, già presidente dell´Arcigay, ricorda che le definizioni «orientamento sessuale» e «identità di genere» sono già presenti all´art 21 della Dichiarazione dei diritti umani, associata alla carta europea votata solennemente nel dicembre 2007 al Parlamento europeo di Strasburgo. E´ un documento, incalza Grillini, ratificato da tempo dall´Italia a grande maggioranza: «Inoltre in Italia esiste addirittura una legge, quella contro le discriminazioni per "orientamento sessuale", frutto di una direttiva europea la cui applicazione è stata corretta proprio quest´anno dal parlamento nazionale».Fa specie, comunque, leggere sull´Osservatore la disinvolta affermazione che «la Chiesa cattolica, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire». Non si capisce allora l´accanimento dimostrato in Italia negli anni scorsi per negare tutela legislativa ad un patto di solidarietà (non un matrimonio) fra due adulti etero oppure omosessuali. L´atteggiamento vaticano all´Onu suscita proteste anche fra molti fedeli. In una lettera pubblicata sull´Avvenire una «cattolica praticante» denuncia la Chiesa «che fa ombra al suo Cristo».

Il Paese sta affondando gli italiani si uniscano per fermare l’ illegalità

Saviano: nei partiti corruzione inconsapevole


E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall’etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta. Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un’apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città: "I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele". Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico - di qualsiasi colore - oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra. L’imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l’immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell’Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti. Ho ricevuto l’invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l’invito dell’on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell’esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l’ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione. La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell’illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni. Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento. Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.

giovedì 18 dicembre 2008

Riforme, l’appello di Napolitano

“Basta liti, devono essere condivise”


Il Quirinale: intervenire sulla giustizia. Bossi: parole sagge



ROMA - Napolitano chiede alla società italiana tutta un «balzo in avanti nell’efficacia e nella qualità dell’operato» delle istituzioni fondamentali. Di più, un «costume di severità, uno sforzo senza precedenti di gestione
corretta e oculata in molti campi dell’azione pubblica». Il presidente insiste poi sulla necessità di aggiornamenti della Costituzione (ne sono già stati fatti a decine, dice) e dei regolamenti parlamentari, purchè con questa operazione non si cerchi surrettiziamente di modificare la Carta. Cercando accordi, senza inutili scontri. Un cammino già iniziato che va ripreso «in un clima di costruttivo confronto e nella ricerca della più ampia condivisione. Come sempre quando si tratti di modificare la Costituzione o di darvi attuazione». Nel tradizionale messaggio di fine anno alle “alte magistrature dello Stato” (quello che un tempo si chiamava il “messaggio d’auguri alle alte cariche”) il presidente della Repubblica si sforza di considerare l’Italia un paese normale con normali problemi e soluzioni. Ma l’entità e la qualità degli interventi che indica come necessari rende largamente atipica la situazione italiana. Il capo dello Stato mette il Parlamento al centro della vita istituzionale d’un paese a democrazia parlamentare come l’Italia. E così facendo dà una robusta bacchettata al governo e all’abuso della decretazione d’urgenza che affoga la normale attività parlamentare (già ai tempi di Craxi accusata di perder tempo a legiferare sui “lamellibranchi”, le vongole). Ma Berlusconi è assente dalla cerimonia del Quirinale, indisposto per sciatalgia. Dice Napolitano che «il Parlamento continua a svolgere un ruolo insostituibile». «Molto si deve ancora fare per accrescere la produttività del Parlamento, per rendere più spedito e sicuro il cammino legislativo, per rispettare il diritto-dovere della maggioranza di governare. Ma ciò non comporta e non deve sancire una mortificazione del ruolo del Parlamento». Dice ancora il presidente, di fatto richiamando il governo a controllare i suoi eccessi conflittuali: è quello, il Parlamento, il luogo in cui vanno confrontate analisi obiettive delle situazioni su cui intervenire, e libere valutazioni delle possibili scelte da compiere. Il luogo in cui vanno consultate le rappresentanze politiche di maggioranza e di opposizione». Da un miglior uso del Parlamento (cercando intese lì e non altrove) può «scaturire una legislazione meno pletorica e dispersiva e di migliore qualità, di cui c’è grande bisogno». I lavori parlamentari, accusa ancora Napolitano, «appaiono spesso condizionati da un sovraccarico legislativo in un clima di concitazione e talvolta di vera e propria congestione» che sacrifica il «normale diritto di emendare le proposte del governo». E davanti ai presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, il capo dello Stato ripete l’accusa per un’«abnorme frequenza nel ricorso ai decreti legge». Costituzione. La permanente validità dei primi dodici articoli, dice ancora Giorgio Napolitano «non impedisce di formulare essenziali e ben determinate proposte di riforma» nella ricerca della «più ampia condivisione». Discorso che si applica anche alla giustizia, vista l’esigenza di «intervenire decisamente sulla abnorme intollerabile durata dei processi, per scongiurare «eccessi di discrezionalità, rischi di arbitrio e conflitti interni alla magistratura a cominciare dalla funzione inquirente e requirente». E sulla necessità di intervenire sul Csm. Reazioni? Il presidente del Senato Schifani condivide le indicazioni del presidente. «La Costituzione è ancora oggi viva e vitale nella sua prima parte: ma dobbiamo trovare la capacità, come i padri fondatori della Repubblica, d’intervenire sulle questioni che rischiano di rallentare il nostro sviluppo». D’Alema e Veltroni condividono parole e spirito del presidente. Per Bossi bisogna «fare prima la riforma del federalismo e poi quella della giustizia, altrimenti le istituzioni si sputtanano». Lo stesso Bossi, accompagnato al Quirinale dal figlio, avrebbe consigliato a Berlusconi, col quale ha pranzato, di cercare un accordo con la sinistra sulla giustizia. E suo parere, rivela, il presidente del Consiglio si starebbe orientando proprio in questo senso.

Saviano: centrosinistra connivente da anni

Assemblea all’Università Roma Tre



ROMA — «Al di là delle attuali vicende in corso a Napoli e di come andranno a finire, una cosa va detta: che il centrosinistra avesse relazioni con la criminalità organizzata lo si sapeva da dieci anni. Non a caso la Campania e la Calabria, feudi del centrosinistra, hanno il record per crimini di questo tipo». È una delle “frecciate” della lezione tenuta ieri da Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, all’Università Roma Tre. Lo scrittore era stato invitato dagli studenti dell’Onda. Saviano ha fatto appello alla consapevolezza degli elettori per spezzare l’abbraccio del malaffare sulla politica: «Gli elettori di sinistra e di destra devono una volta per sempre, al di là delle loro idee politiche, scegliere persone diverse a rappresentarli ». E ha aggiunto che «essere accusato dalla mia gente di aver diffamato la mia terra è una cosa ingiusta: quello che emerge in ogni inchiesta è che, al di là del fatto se sei di destra o di sinistra, sei coinvolto in certe cose perchè è così che funziona ». La lezione di Saviano, oltre ai riferimenti politici, si è basata sulla storia della camorra raccontata attraverso foto emblematiche di vittime della criminalità. «E’ una vera e propria guerra quelle che si combatte al Sud — ha sottolineato lo scrittore —. Una guerra che ha fatto quattromila morti, più del fondamentalismo islamico in Europa».

Quel gesto è una condanna

È anche il simbolo di una rivolta popolare contro l´America e soprattutto contro la politica estera del suo presidente uscente. L´intifada della scarpa, che si è propagata ieri dalla roccaforte sciita di Sadr City a molte città irachene, dove il giornalista lanciatore viene acclamato come un eroe e portato in processione in fotografia, rischia di essere il marchio d´infamia indelebile di quella che anche molti occidentali e americani giudicano una delle peggiori presidenze della storia degli Stati Uniti.Chi di scarpa ferisce, di scarpa perisce, verrebbe da dire ricordando le soddisfatte (e oggi si può aggiungere vanagloriose) reazioni dello stesso George Bush quando le televisioni trasmisero le immagini dei cittadini di Bagdad che tiravano scarpe e ciabatte contro la statua di Saddam Hussein mentre veniva abbattuta dal suo piedistallo all´arrivo dei soldati americani.Era il 2003 e le armate americane e inglesi, inviate alla conquista dell´Iraq per trovare le armi di distruzione di massa che non esistevano, venivano salutate come i liberatori. A distanza di cinque anni, Bush è stato accolto da un giornalista di una tv locale, Muntazar al-Zaidy, con l´epiteto più ingiurioso, "cane", e con il lancio dell´oggetto che racchiude la parte considerata più impura del corpo, i piedi. Per aggiungere il danno politico alla beffa mediatica, nelle stesse ore veniva pubblicato negli Stati Uniti il primo rapporto ufficiale sulle cosiddetta ricostruzione in Iraq, redatto da una commissione guidata da un deputato repubblicano, dal titolo che parla da solo: «Dure lezioni: l´esperienza della ricostruzione irachena». «Un disastro da 100 miliardi di dollari», ha chiosato il New York Times, che lo ha anticipato.Il dramma di Bush, che ha pensato di chiudere e minimizzare l´episodio scherzando sul numero delle calzature, è che i suoi connazionali non solo non ci hanno scherzato, non solo non si sono indignati, ma hanno rincarato la dose. Il New York Times ha pubblicato sul sito un florilegio di reazioni dei suoi utenti, che si può sintetizzare in ciò che ha scritto uno di loro che si firma Andrew, pensando al 20 gennaio, giorno del passaggio delle consegne: «Possiamo solo sperare che l´ultimo viaggio di Bush su Pennsylvania Avenue sia accolto allo stesso modo». Il trionfo per Barack Obama e lo scherno per George W. Bush.La politica si è sfilata più di una volta le scarpe, quasi sempre per dare forza plateale alla protesta, qualche volta per sollecitare il voto di scambio (Achille Lauro, mito della Napoli monarchica, regalava una scarpa agli elettori promettendo di consegnare la seconda dopo che avessero votato per lui), altre volte simbolicamente per insultare (celebre restò gli «intellettuali dei miei stivali» di Bettino Craxi). Il gesto storicamente più celebrato è stato quello di Nikita Krusciov all´assemblea generale delle Nazioni Unite, il 12 ottobre 1960, quando batté furiosamente più volte il proprio mocassino sul tavolo della postazione sovietica perché un delegato filippino aveva proposto di includere i Paesi satelliti dell´Urss nella dichiarazione di indipendenza delle colonie. Molti anni dopo lo imitò, sui banchi del Senato italiano, Maurizio Sacconi, oggi ministro, che nel 2007 protestò così contro il poco spazio che a suo dire il presidente Franco Marini concedeva al gruppo di Forza Italia. Le cronache registrano anche lanci di scarpe contro il premier thailandese Somchai Wongsawat, da parte degli inferociti dipendenti della compagnia statale di telefonia, due mesi fa, o una pioggia di calzature contro la polizia a Budapest, durante disordini dell´estrema destra in settembre.Ma, Krusciov a parte, che rimane uno spezzone da cineteca in bianconero ed è gelosamente custodito negli archivi di tutte le televisioni del mondo, nessun paio di scarpe riesce a superare per forza simbolica, amplificata dall´era internettiana in cui viviamo, quello realizzato dal giovane reporter televisivo iracheno (censurato dall´Ordine dei giornalisti del suo Paese, che però ne chiede la scarcerazione per motivi umanitari). Perché in Iraq, soprattutto, ma in generale nel mondo arabo, colpire qualcuno con "al Qundara", cioè con un oggetto spregevole perché racchiude una parte impura del corpo, è un modo per lavare un´offesa subita. Così lo ha descritto Al Jazeera, la tv più vista nel mondo arabo: «Un modo per recuperare l´onore perduto» dal popolo iracheno. Politicamente deflorato dall´America di Bush. E se la figlia del leader libico Gheddafi va oltre il segno proponendo Muntazar al-Zaidy per una medaglia perché «lanciando le scarpe in faccia al presidente americano ha detto chiaramente no alla violazione dei diritti dell´uomo» (dimenticandosi quanti diritti umani sono stati violati nelle prigioni e dai gas tossici di Saddam Hussein), non c´è dubbio che il giornalista iracheno ha tradotto plasticamente un sentimento anti-americano diffuso non solo nel mondo arabo, ma in generale nei Paesi in via di sviluppo. Tutti i sondaggi realizzati negli ultimi due anni da istituti indipendenti, come il Pew Research Center, danno il prestigio dell´America al livello più basso nell´ultimo secolo. Ed è questa l´eredità più pesante che George W. Bush, che non potrà schivare il giudizio della Storia come ha fatto con le scarpe di al-Zaidy, lascia a Barack Obama.

sabato 13 dicembre 2008

Napoli, sparatoria nella movida


Dopo una rissa, un uomo ha aperto il fuoco in un locale di MargellinaC'è un altro ferito. Fermato un pregiudicato che si era recato all'ospedale




NAPOLI - La rissa, la sparatoria e due giovani in fin di vita. E' finita così la serata sul lungomare di Margellina a Napoli. Secondo i testimoni, verso le 3,30 un uomo è entrato nel gazebo all'esterno dello "Chalet delle rose", ancora molto affollato, e ha cominciato a sparare diversi colpi. I due ragazzi, Serena Murolo, di 23 anni, e Vincenzo Di Sebastiano, di 27, sono in condizioni gravissime. Un pregiudicato di 45 anni, Stefano Zirzi, che si era presentato con il fratello all'ospedale Loreto Mare, è stato fermato dalla polizia. La descrizione del volto e i suoi abiti coincidevano in pieno con quella fornita dai testimoni: da qui il fermo e l'accusa di duplice tentato omicidio. La ragazza è stata portata in un primo momento all'ospedale Fatebenefratelli e poi, a causa della gravità delle condizioni, trasferita al Cardarelli dove, in nottata è stata sottoposta ad un intervento chirurgico. Un proiettile, che si è conficcato all'altezza di una spalla, le ha perforato un polmone, fermandosi a pochi centimetri dal cuore. E' in condizioni gravissime, tuttora in rianimazione. Vincenzo Di Sebastiano è invece ricoverato nell'ospedale Loreto Mare, dove ha subito l'asportazione di un rene e quella parziale del fegato. I due non si conoscevano. Un'altra ragazza, che sarebbe rimasta travolta dalla calca, ha riportato una frattura di una spalla. Secondo le prime ricostruzioni, gli spari nel locale "Chalet delle Rose" sarebbero stati preceduti da una rissa furibonda, avvenuta all'esterno, a colpi di sedie e bottiglie tra alcune persone. Successivamente un uomo di 45 anni, che indossava un casco e un giubbotto di pelle con pellicciotto è entrato nel locale, ancora affollatissimo, ha estratto la pistola dalla tasca l'ha puntata contro alcuni ragazzi seduti ad un tavolino. Si è creato un fuggi fuggi generale. L'uomo ha cominciato a sparare all'impazzata mentre alcune persone cercavano di bloccarlo.
Zirzi, per il quale potrebbe scattare il fermo, è un pregiudicato che vive nel rione Sanità. Era stato condannato per detenzione illegale di armi.

sabato 6 dicembre 2008

Io lo aiuterei...
















Ecco il sindacato a quattro zampe






"E se il randagio decide di non scioperare, non chiamatelo crumiro"






Arriva un sindacato per gli amici a quattro zampe: si chiamerà "Sindacane" ("Sindagatto" nella versione per felini) e lo ha fondato Antonio Bertani, noto edicolante di piazza del Gesù. «La mia passione per gli animali, specie quelli randagi, è di lunga data. Sono arrivato qui nel giugno del 1970 e da allora si è cementata anche grazie all´influsso di Alda Croce. La figlia di don Benedetto mi ha indotto ad adottare il primo gatto», ricorda Bertani. Negli anni questo amore si concretizza in azioni pratiche: «Mi occupo di tutti i cani della zona. Per loro raccolgo soldi tramite un´apposita cassetta delle offerte. D´estate mi autotasso per garantirgli una pensione. Al mio ritorno li rimetto in libertà», spiega. Tra giugno e agosto perde in media 200 euro, ma lo fa con piacere. Non è il suo unico settore di interesse: il signor Antonio anima da tempo un´associazione che opera nel sociale, "Le voci di Spaccanapoli". Adesso l´idea del sindacato che, promette, non resterà solo una bella trovata. Tre gli scopi sociali: la raccolta di fondi tra esercizi commerciali per cibo e assistenza, la pubblicazione di offerte di adozione e cura sanitaria (un "forum per orfanelli", dice) e il progetto di inserimento dell´animale nello stato di famiglia. «Non capisco perché cani e gatti non siano considerati anche giuridicamente componenti del nucleo familiare. Se per loro paghiamo multe, vogliamo pure essere messi in condizione di scaricarli dalle tasse. Avere cani e gatti non comporterà solo doveri, ma d´ora in poi anche diritti». E se qualche cane si rifiutasse di far parte del sindacato, ovvero facesse il crumiro? Sorride: «Il randagio è per definizione indipendente. Avrà tutta la libertà che vuole».

mercoledì 3 dicembre 2008

Intervista al figlio dell'ex latitante Bernardo Provenzano


Parlano i figli del boss: dalle stragi al ritorno a Corleone"Falcone e Borsellino anche vittime della ragione di Stato"

"Io e mio padre Provenzano così faccio i conti con la mafia"


CORLEONE - Sono i figli del Boss dei Boss, il capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, classe 1933, da Corleone, detto Zu Binnu: 43 anni vissuti in clandestinità fino all'arresto del 2006, l'uomo accusato di essere dietro tutte le stragi di mafia che hanno insanguinato l'Italia. Ora per la prima volta i due figli di Provenzano, Angelo, 30 anni, diploma di geometra, e Francesco Paolo, 27, laureato in lingue, rompono il silenzio. Dicono che per parlare con i giornalisti non hanno ricevuto il "permesso" del padre, da sempre contrario ai contatti con la stampa; dicono che è una loro scelta, e che lo fanno per liberarsi, una volta e per tutte, dalle pressioni dei media che scavano nella loro vita. Vostro padre è accusato di aver guidato Cosa Nostra, di essere il mandante, insieme a Totò Riina, di delitti e di stragi. Per questo è in galera, dove sta scontando alcuni ergastoli proprio perché considerato il Padrino della mafia. "Quando mio padre fu arrestato lo scoprii dalla radio", dice Angelo, che parla per tutti e due. "E quando andai su internet per avere conferma, restai interdetto: la foto che pubblicarono, confondendola con un altro arrestato, non era quella di mio padre. Ora, a tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Arrestato uno ne spunta un altro. E parlando ancora di mafia in senso lato, io mi chiedo: lo Stato che ruolo ha ed ha avuto in tutti questi anni? Se andiamo indietro nel tempo ricordo stragi come quelle di Bologna e di Ustica oppure la morte del bandito Giuliano. Cosa c'era dietro? Per la morte di Giuliano, per esempio, sono dovuti passare almeno cinquant'anni per fare un po' di chiarezza. Dobbiamo aspettare altri 50 anni per conoscere le altre verità, anche quella su mio padre? Ecco perché dare una definizione compiuta di mafia adesso è difficile". La mafia è soprattutto un'organizzazione criminale.
"La mafia... Siamo ancora oggi alla ricerca di una risposta definitiva su che cosa sia. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale. La mafia viene dopo la mafiosità, che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano. La mafiosità si manifesta in mille modi, a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una radiografia o ad avere un certificato in Comune. Mi chiedo: dov'è il limite, tra mafia e mafiosità? Tra l'organizzazione criminale per come la intende il codice penale, e l'atteggiamento mentale per come la intendono i siciliani? Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per quanto riguarda i fatti di sangue e le sentenze di condanna, il codice dice che la mafia è un'associazione per delinquere. E su questo non discuto e non entro nel merito. Ma il discorso è molto più ampio, non si può ridurre tutto a persone che sparano". Suo padre ha battuto tutti i record della latitanza: sin da giovane, prima che voi nasceste, era già un pregiudicato, accusato di omicidi e di far parte dei corleonesi mafiosi. "Si è detto che mio padre, in 43 anni di latitanza, quale capo di Cosa Nostra ha bloccato il sistema, l'economia, la crescita di un Paese. È stato dipinto come la personificazione del "male assoluto". Con la sua cattura, ho letto, finiva la mafia. E invece la mafia non è finita. La "mitizzazione" di papà esiste, è un dato incontrovertibile, che ha fatto comodo a molti. Se la latitanza fosse durata un anno anziché 43 il personaggio Provenzano non sarebbe esistito. Avrebbero trovato qualcun altro su cui scaricare l'attenzione per non sollevare coperchi su problemi e sui grandi misteri dell'Italia". Tutti i pentiti di mafia, anche quelli che vi hanno preso parte materialmente, accusano i vertici di Cosa nostra e quindi Totò Riina ed anche suo padre delle stragi Falcone e Borsellino. "Guardi, dei pentiti ci sarebbe tantissimo da dire, ma sono cosciente che anche la più lontana sfumatura si presterebbe a strumentalizzazione o verrebbe interpretata come una minaccia. E allora facciamo così: se a parlare è Angelo Provenzano, non dico nulla. Se a parlare è Angelo, cittadino italiano, dico che i pentiti sono una delle più grandi sconfitte dello Stato". Le chiedevo delle responsabilità di suo padre. "Io allora ero relativamente piccolo, l'ho vissuta di riflesso. Se mi ci soffermo ora credo che i giudici Falcone e Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull'altare della ragion di Stato". I giudici Falcone e Borsellino sono prima di tutto vittime della mafia. E lei non ha nulla da rimproverare a suo padre? Non si è mai posto delle domande su chi fosse, chi è veramente suo padre? Lo ha mai chiesto a sua madre? "Io a mio padre riconosco alcune attenuanti. Per questo non ho da rimproverargli alcunché. Chi sono io? Semplicemente il figlio di mio padre, io esisto perché lui esiste, è lui che mi ha messo al mondo". Un magistrato, tempo fa, invitò la figlia di Totò Riina a rinnegare suo padre: non crede anche lei che sarebbe giusto farlo? "Ma come si fa solo a pensare una cosa del genere? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino, un figlio, di serie B? Non è giusto. Io rispondo delle mie scelte, non di quelle di mio padre che oltretutto non so quali siano e quali siano state. E poi chi ve lo dice che non abbiamo mai parlato con mia madre di mio padre, che non le abbiamo chiesto qualcosa? Diciamo che in linea di massima mi sono tenuto le mie curiosità, domande dirette mai. Però, è innegabile che poi anche noi abbiamo indagato un po'. Ma Bernardo Provenzano era, e resta, mio padre". All'interno di Cosa nostra c'è chi sostiene che suo padre abbia "trattato" con lo Stato, attraverso l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, poi condannato per mafia, per consegnare Totò Riina ai carabinieri. "Io posso rispondere delle mie scelte, non di quelle di mio padre, che non so quali siano perché con lui mai ho affrontato simili questioni. Ma a una domanda così posta mi viene da sorridere, poiché se fosse come dice lei non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo mette in prigione con il 41 bis". Come avete vissuto il vostro ritorno a Corleone? E perché avete deciso di tornare? "Io qui ci sono nato, non l'ho scelto. È un paese come qualsiasi altro paese, siciliano e non. Pregi e difetti dei paesi: talvolta c'è una visione ristretta delle cose, una sorta di chiusura mentale. Per il resto, però, Corleone è Corleone. Ci stiamo bene. Chissà, magari al momento opportuno, a determinate condizioni, potremmo anche decidere di andare via. Il nostro ritorno? Sotto controllo. Io, mio fratello, mia madre, siamo in assoluto le persone più controllate d'Italia, se si pensa alla durata della latitanza di mio padre. Sanno tutto di noi, controllavano (o controllano) ogni ambiente, ogni spazio, in camera da pranzo, in macchina, al bagno, alle finestre. Abbiamo vissuto, e viviamo, come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più grosso reality su Cosa Nostra. Se ci controllano ancora, non lo sappiamo. Di certo noi ci comportiamo e ci comporteremo sempre come se lo fossimo". A dire il vero fino a sedici anni lei e suo fratello più piccolo siete stati "latitanti" anche voi con vostro padre e vostra madre. "Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare. Non per omertà o perché devo custodire chissà quali segreti ma perché quello è un periodo della mia vita che resta mio perché mai nessuno me lo ha toccato. Il 5 aprile 1992, quando sono uscito dalla clandestinità e sono andato a Corleone, è iniziata la mia crescita, dopo avere vissuto la latitanza sono entrato in contatto con la gente. Ovviamente è stato difficile l'inserimento nella cosiddetta società civile. La mia vita prima? Ripeto. Non ho potuto scegliere, è stata una latitanza forzata, sono nato e cresciuto in quel contesto". Perché dopo tanti anni di silenzio vi siete decisi a parlare? "Ho accettato di rilasciare l'intervista anche per una sorta di crisi d'identità nei confronti di questo Stato, che prima dava la caccia a mio padre sostenendo che era la causa di tutti i mali e che con la sua cattura la mafia sarebbe stata finalmente sconfitta; dopo il suo arresto, invece, le cose continuano ad essere come prima. La mafia c'è ancora. Mi viene il dubbio che papà, pur con le responsabilità che i tribunali hanno ritenuto di riconoscergli, fosse stato fatto diventare una sorta di coperchio su cui scaricare tutti i mali". Che cosa vuol dire? Lei non può permettersi di lanciare delle accuse generiche senza sostanziarle. "Io chiedo solo un po' di rispetto per me, mia madre, mio fratello. Allo Stato chiedo anche il rispetto di quello che è scritto nelle aule di giustizia e cioè che la legge è uguale per tutti. È vero, noi portiamo un cognome pesante, ma è per questo che cerchiamo sempre di farci conoscere con il nome, non con il cognome. Io, per esempio, mi presento sempre come Angelo, e solo se c'è bisogno aggiungo il resto. Non solo professionalmente, noi vogliamo farci apprezzare, o farci dire di no, in base a quello che siamo, non per la famiglia da cui proveniamo. Non abbiamo paura: non l'avevamo prima, non l'abbiamo adesso. Noi famiglia Provenzano vogliamo solo essere lasciati in pace. Il nostro disagio è quello di essere personaggi pubblici senza alcun merito. Io non ho avuto la possibilità di scegliere. Si continuano a pubblicare lettere intime di mio padre, lettere mie e di mia madre, per questioni che non hanno nulla a che fare con la mafia. Se io infrango la legge, è giusto che paghi. Se sui giornali finiscono atti coperti dal segreto istruttorio, non paga mai nessuno". La vicenda di suo padre è diventata anche una fiction tv. "Non l'ho vista, se non a tratti. Me l'hanno raccontata. Possono fare quello che vogliono, anche perché la fiction è su mio padre, non su di noi. È quando invadono la nostra sfera che stiamo male". Signor Provenzano, lei vota? "Noi non votiamo, e poi non parliamo di politica, come non parliamo di religione, perché mezza parola potrebbe essere strumentalizzata in un senso o in un altro".
(1 dicembre 2008)

giovedì 27 novembre 2008

Milano, la violenta per otto mesi

Arrestato pensionato di 57 anni. Pagava 100 euro al mese per una trentenne del MozambicoVenduta dai parenti, era soggiogata dalla paura. Ma le vicine l'hanno convinta a denunciare


MILANO - Ha comparato una donna per mille euro, così come si compra un televisore o un motorino di seconda mano. La considerava di sua proprietà, tanto che è corso a denunciare la sua scomparsa quando lei ha trovato il coraggio di ribellarsi ed è scappata dalla casa-prigione in cui era stata rinchiusa da otto mesi. E' stato arrestato a Milano un pensionato di 57 anni accusato di violenza sessuale e sequestro di persona. In Mozambico, aveva acquistato una donna di trent'anni, l'aveva convinta a seguirlo in Italia con il miraggio di sposarla ma in casa la violentava e, per una manciata di soldi, la vendeva agli amici. L'aveva comprata dagli zii africani che aveva conosciuto durante una delle sue consuete vacanze in Mozambico. Ne aveva carpito la fiducia offrendo loro piccoli regali e convincendoli che amava la nipote ed era pronto a sposarla se l'avesse seguita a Milano. "E' un uomo asservito totalmente alle pulsioni sessuali", ha scritto di lui il giudice Mariolina Panasiti che ha convalidato il fermo. "Aveva realizzato il sostanziale acquisto della parte offesa dai parenti rivendicandone una condizione di possesso". Cento euro al mese ha versato il pensionato alla famiglia d'origine da quando la donna ha raggiunto Milano nel febbraio scorso, le rate per saldare il prezzo d'acquisto. "Io l'amo - ha detto ai carabinieri che gli mettevano le manette - e lei era consenziente. Nonostante tutto, sono disposto a riprenderla", ha detto per nulla sfiorato dall'idea che quelle pratiche sessuali che infliggeva alla sua "amata" erano vere e proprie torture. Di questo la donna africana si lamentava con due amiche, ma non trovava mai il coraggio di denunciare il suo aguzzino. "Con le botte e la paura di altri orrori - scrive il giudice - l'imputato era riuscito a soggiogarla". Spesso i vicini sentivano le sue urla superare il chiasso della televisione accesa a volume alto. Finché il 9 ottobre scorso, la giovane donna africana è riuscita a rompere le catene della schiavitù e a denunciare tutto ai carabinieri. Ora lei è ospite di una comunità protetta mentre, dopo una breve indagine che ha confermato il racconto di brutalità e violenze fatto ai carabinieri, il pensionato è stato arrestato.



COMMENTO PERSONALE:
innanzitutto su repubblica su questo articolo c'è una fotografie dell'AlfraRomeo 75 degli anni 80 circa (http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/milano-compra-donna/milano-compra-donna/milano-compra-donna.html). Poi, ritornando all'acquisto di questa persona:
secondo voi è normale vendere una persona? Io credo che invece di andare avanti, andiamo indietro...

Truffa al sistema sanitario nazionale

I carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip nei confronti di medici, farmacisti e loro collaboratori, ritenuti responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni del servizio sanitario nazionale, falso, ricettazione, produzione e traffico di stupefacenti ed altri reati.Durante le indagini i carabinieri hanno scoperto che i sette, mediante la presentazione al servizio sanitario nazionale di ricette, si erano appropriati di specialità farmaceutiche contenenti sostanze stupefacenti o anabolizzanti.Dall'estrazione in laboratori compiacenti di tali principi attivi e dalla successiva vendita sul mercato clandestino, oltre che dal rimborso delle ricette dal sistema sanitario nazionale, l'organizzazione si procurava ingenti guadagni.Secondo i carabinieri il fulcro dell'organizzazione è Massimo Marone, titolare dell'omonima farmacia di via Giovanni Pascoli della zona di Posillipo a Napoli. Marone è finito in carcere insieme con un altro farmacista titolare di un laboratorio del Salernitano nel quale venivano svolte le attività per l'estrazione di principi attivi per la vendita clandestina sul mercato degli anabolizzanti.Ai domiciliari sono finiti un medico di base - mentre altri due sono indagati - e quattro collaboratori dei farmacisti coinvolti e dei medici stessi.

Stazione ferroviaria di Napoli


La vittima lavorava su un carrello rialzato, vicino alla linea elettrica. Doveva essere un lavoro sicuro perché quel binario è interrotto da tre mesi. Invece...


Un secondo incidente nel Mantovano: feriti due muratori impegnati nella ristrutturazione di una casa



NAPOLI - Folgorato da una scarica di tremila volt mentre lavorava ad un binario nella stazione di Napoli. Era su un carrello a 4-5 metri di altezza, molto vicino ai cavi della tensione, ma non aveva timore perché quel binario 19 è interrotto da tre mesi per lavori di ristrutturazione. Inutili i soccorsi da parte del personale del 118 che ha tentato di rianimarlo. Illeso un altro operaio che lavorava con lui poco distante. Ciro Cozzolino, 31 anni, sposato e padre di un bambino piccolo, era un operaio che lavorava per una ditta appaltatrice esterna di Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS), impegnata nel rinnovamento della linea di alimentazione elettrica dei treni, interrotta dal 10 settembre per consentire lavori ai marciapiedi dei binari 18 e 19. Aperte due indagini, una della magistratura ordinaria, una condotta dalle ferrovie.

mercoledì 26 novembre 2008

Erba, ergastolo per i Romano


COMO - Ergastolo, e tre anni di isolamento diurno. Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati ritenuti colpevoli di aver ucciso, l'11 dicembre del 2006, la vicine di casa Raffaela Castagna e Valeria Cherubini, il piccolo Youssuf, la nonna Paola Galli, di aver attentato alla vita dell'unico superstite di quella che è nota come la strage di Erba, Mario Frigerio. Lo ha deciso la Corte d'Assise di Como dopo oltre sei ore di camera di consiglio e di fronte alla commozione dei parenti delle vittime. I Romano non erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza. Che ha accolto le richieste del pm. Si è concluso così il processo di primo grado alla coppia di coniugi. L'impianto accusatorio messo in piedi dai pm Mariano Fadda e Massimo Astori, una lunga lista di testimoni (157 per la difesa, 53 per l'accusa, 30 per le parti civili), le intercettazioni ambientali e il racconto del superstite sono stati gli strumenti con i quali, dal 29 gennaio scorso, i giudici hanno ricostruito la tragedia. "Era l'unica sentenza possibile", ha commentato il pm. I legali della coppia non nascondono la rabbia. "Era una sentenza già scritta - commenta l'avvocato Enzo Pacia - Como non era la sede giudiziaria migliore per questo processo, non poteva che finire così: sono stati dipinti come dei mostri e mostri dovevano essere". E annuncia il ricorso in Appello: "Ci sono tre gradi di giudizio, nella mia carriera ho visto un sacco di volte sentenze di ergastolo completamente capovolte".
La sentenza fissa anche le provvisionali di risarcimento alle parti civili. Quella più consistente a Mario Frigerio, l'unico scampato alla strage e supertestimone contro i due coniugi. Per lui 300 mila euro, 20 mila in meno rispetto a quanto chiesto dall'avvocato Manuel Gabrielli. Sessantamila euro, invece, ad Azouz Marzouk, e 10 mila euro a testa per i suoi genitori. Diecimila euro ciascuno ai figli di Frigerio, Elena e Andrea. Fissati anche i risarcimenti delle spese legali sostenute dalle parti civili: 11 mila euro per Azouz, 10 mila per i suoi genitori, 40 mila per la famiglia Frigerio, 25 mila per la famiglia Castagna. La giornata si era aperta con un colpo di scena. Azouz Marzouk aveva rivelato che uno sconosciuto avrebbe confidato ai suoi genitori che Olindo e Rosa non sono gli assassini. Una rivelazione alla quale, tuttavia, i giudici non hanno dato troppo peso. La difesa avrebbe voluto approfondire la testimonianza, ma dopo una breve camera di consiglio la richiesta è stata respinto la richiesta. Poi, aveva di nuovo parlato Olindo. Che aveva espresso "il nostro più sincero dolore per le persone che sono morte", ribadendo: "Ma noi non siamo colpevoli". E ancora una volta le sue parole accolte dal pubblico in aula nello stesso modo: "Vergogna", "Assassini".



COMMENTO PERSONALE:
Mi chiedo sempre, quando ascolto questi casi, cosa scaturisce queste "rabbie improvvise" o azioni da pazzi "improvvise"... Sono convinto del fatto che non è una cosa che accade all'improvviso, ma ci devono essere delle "basi" di "pazzaria". Non so che dire, spero di ricevere commenti seri e non i soliti della clase III°G della S.M.S.M.

lunedì 24 novembre 2008

"La vita di un uomo non vale le mie Hogan"

A Gomorra un paio di scarpe firmate vale più della vita di un uomo. Lo ha raccontato il pentito Oreste Spagnuolo ai magistrati che indagano sull' omicidio dell' imprenditore Michele Orsi e la cronaca del delitto così come ricostruita dal collaboratore di giustizia scrive un' altra pagina del romanzo di morte scandito dalla strategia terroristica del clan dei Casalesi. Afferma il pentito che il commando guidato dal superlatitante Giuseppe Setola partì domenica primo giugno da un covo di Castel Volturno dove il gruppo malavitoso si era riunito per pranzare. Una telefonata li avvisò che Orsi, condannato a morte perché, riferisce un altro collaboratore di giustizia, Emilio Di Caterino, «aveva cominciato a rendere dichiarazioni sulla materia di rifiuti», si trovava nei pressi del Roxy Bar di Casal di Principe. Così i killer «si allontanarono - sostiene Spagnuolo - a bordo di un' Alfa 147». Nell' auto, oltre a Setola, c' erano secondo il pentito anche Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo, arrestati il 30 settembre insieme a Spagnuolo e ora indagati, ma a piede libero, per l' omicidio Orsi. Setola era a volto scoperto, Letizia invece indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Cirillo guidava. Arrivarono «in sette minuti». Nella fuga dopo l' azione, i sicari furono costretti a fermarsi per cambiare la ruota: «avevano forato», riferisce il pentito e gli accertamenti effettuati sull' auto, poi ritrovata bruciata, sembrano confermare questa circostanza. «Tornarono in tempo per mangiare - dice ancora il pentito - Letizia aveva ancora le scarpe sporche di sangue. Lo ricordo a pulirle con Setola che gli diceva di buttarle. Erano delle Hogan di tela». Letizia, prosegue Spagnuolo, disse che le scarpe si erano sporcate dopo aver sparato alla vittima. «Preferiva pulirle con la spugnetta invece di buttarle. Alle domande di Cirillo, rispose che Michele Orsi non valeva le sue scarpe». Il racconto di Spagnuolo è riportato nel decreto di fermo firmato dai magistrati del pool che indaga sul clan dei Casalesi (Antonio Ardituro, Francesco Curcio, Giovanni Conzo, Marco Del Gaudio, Raffaello Falcone, Alessandro Milita, Cesare Sirignano, coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti) nei confronti di Mario Di Puorto, presunto autore della telefonata che avvertì i killer della presenza di Orsi nei pressi del bar. Contro la camorra si sono dati appuntamento ieri a Villa Literno più di mille delegati della Cgil. Il segretario nazionale Guglielmo Epifani, nel chiudere un mattinata ricca di interventi, ha sottolineato: «Siamo qui per rimarcare la volontà di non rassegnarci e di continuare la battaglia, trovando tutti gli strumenti e tutte le forme necessarie fare avanzare presidi di legalità in una terra martoriata». Prima di Epifani, era stato don Luigi Ciotti, il presidente di Libera, a "scuotere" la platea dei lavoratori della Cgil, con un intervento che alla fine hanno applaudito tutti in piedi. Don Ciotti, nel pomeriggio, è stato anche al Santuario della Madonna di Briano per dare il via al primo dei "Cento passi verso il 21 marzo", il giorno della memoria, quest' anno avrà luogo proprio in Campania, tra Casal di Principe e Napoli. (d.d.p.)

domenica 23 novembre 2008

La rivista musicale 'Rolling Stone' dedica copertina a Saviano

Roma, 22 nov. (Apcom) - La rivista musicale 'Rolling Stone' dedica la copertina allo scrittore Roberto Saviano, autore del bestseller 'Gomorra'. "Grazie per tutta la vicinanza. Qui è un vero inferno. Anche se molti giovani a migliaia leggono spontaneamente nelle piazze le mie parole e questo mi dà la sensazione che non ho fatto solo errori rovinandomi la vita - ha dichiarato lo scrittore al mensile in edicola dal 25 novembre - ma che è partito qualcosa nel paese che non si fermerà. Ho capito che non sono solo odiato da camorristi e diffamato in ogni modo per togliermi autorevolezza. Sento anche un enorme affetto intorno a me e le mie parole".
Il direttore di 'Rolling Stone' Carlo Antonelli commenta così la sua scelta editoriale: "Roberto Saviano, che già come fenomeno letterario meritava eccome una copertina anche due anni fa, è in assoluto la rockstar nostrana più importante del 2008. Nessun coetaneo (ma nemmeno un quarantenne, o un bel sessantenne dei nostri) è riuscito a fare di più. Roberto ha solo 29 anni. Eppure è stato in grado di colpire al centro più profondo del sistema (come si fa chiamare oggi la camorra), e non solo. Non è facile da beccare. O forse anche sì: basta appunto alzarsi e parlare chiaro. Non lo fa nessuno. Saviano l'ha fatto, e poco importa se ora - con tutto questo bordello che ha tirato su - stia ogni tanto anche antipatico, o sembri sbruffone o come minimo ambiguo".

giovedì 20 novembre 2008

Attività mafiose...

Le più antiche attività mafiose sono: il pizzo, il racket e i traffici illegali. La mafia però senza le estorsioni non può andare avanti, sapere che i commercianti sono dalla propria parte, che pagano per “stare a posto”, che significa assicurarsi il controllo sul territorio, avere l’autorità. La conseguenza più grave è quella che il racket sottrae “l’ anima” dell’imprenditore. La mafia impedisce lo sviluppo prevalentemente al sud, ostacola il dispiegarsi di energie. Dopo le prime minacce, quando il commerciante non sa cosa fare, si presenta un “amico”, che fa diminuire il prezzo del pizzo. La mafia in cambio della “tassa”, dona la protezione, anche se poi non è vero... Chi riceve queste pretese DEVE denunciare il fatto alle associazioni antiracket, alla polizia/ai carabinieri.È molto complicato combattere le mafie, ma se tutti i commercianti denunciassero, la mafia smetterebbe.

...la lotta continua ancora...NON MOLLEREMO MAI...

Giuseppe Catanzaro, il presidente degli industriali di Agrigento si è visto recapitare una finta bomba con una croce intrecciata da fili elettrici; a Messina tre colpi di pistola contro l'auto di Mariano Nicotra, altro imprenditore impegnato nella lotta al racket. Così, la mafia si è fatta sentire negli ultimi giorni. Ma anche i messaggi di solidarietà agli imprenditori 'coraggio' e gli inviti ad andare avanti si sono moltiplicati: da Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e componente della commissione Antimafia, al presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, dal presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro al leader degli industriali, Emma Marcegaglia. Oggi la Fai, Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane, per mezzo del presidente nazionale Giuseppe Scandurra e dello stesso imprenditore edile Marino Nicotra, risponde: la lotta al racket e all'usura continuerà senza sosta. "Mariano Nicotra - sottolinea in una nota il presidente Scandurra - è un imprenditore che dal 1996, da quando cioè è nata l'Associazione Antiracket a Messina, è stato sempre un componente ed un iscritto all'Associazione. Lui ha sempre denunciato tutti gli eventi ed i fatti che gli sono accaduti nella sua attività imprenditoriale. Sempre ha collaborato con le forze dell'ordine e con la magistratura. Questo atto siamo certi non lo scoraggerà a continuare nella sua lotta e nella sua battaglia. Come associazione saremo sempre accanto a lui a sostenerlo". Il presidente Scandurra lancia anche un messaggio alla città e soprattutto agli imprenditori perchè nella lotta al racket sia tutta la città unita: "Speriamo che dopo l'ennesimo atto intimidatorio nei confronti di un imprenditore locale, nella città di Messina ci possa essere un risveglio delle coscienze". "Ci auguriamo - conclude il presidente dell'associazione antiracket - che a Messina diventino tanti i Mariano Nicotra a denunciare i tentativi di estorsione. La lotta alla malavita deve diventare un impegno di tutti i messinesi, così da manifestare in modo concreto il proprio dissenso nei confronti del crimine organizzato e la propria solidarietà a chi denuncia". Anche Rita Borsellino e l'associazione 'Un'Altra Storia' esprimono solidarietà a Giuseppe Catanzaro, vicepresidente di Confindustria Sicilia, e al messinese Mariano Nicotra, per le gravi intimidazioni ricevute: "Questi gesti inquietanti sono il segno evidente del fatto che l' antiracket funziona e sta andando avanti e, che la criminalità, accorgendosi di questo, tenta di correre ai ripari per fermarlo", ha sottolineato Borsellino, presidente di Un'Altra Storia, concludendo: "Il percorso messo in atto dagli imprenditori antiracket è ormai avviato e ci auguriamo sia irreversibile, pertanto come associazione, impegnata a diffondere i valori della legalità nel territorio, siamo vicini agli imprenditori per sostenerli in questo cammino non facile ma che può portare a grandi vittorie".

venerdì 14 novembre 2008

Libero Grassi e la moglie Pina Maisano

Una famiglia "normale" cui il marito era imprenditore e la moglie casalinga. Libero aveva un'attività tessile, la mafia come il solito chiede il pizzo e "per iniziare" gli aveva chiesto 50 milioni del vecchio conio (lire) per "mettersi a posto". Grassi denunciò i fatti alla polizia e vengono arrestate tre persone. Ma la mafia contrattaccò, uccise il cane da guardia dell'impresa e rapinò i dipendenti dalle loro buste paga.. Libero a questo punto scrisse una lettera ai mafiosi in cui disse che NON AVREBBE MAI PAGATO IL PIZZO. IL 29 AGOSTO DEL 1991 LIBERO GRASSI VENNE ASSASSINATO SOTTO LA SUA ABITAZIONE.

E' morto perché il presidente della Confindustria siciliana lo escluse perché non approvava la sua scelta; e anche tutti gli altri industriali, preferivano pagare!
Per fortuna adesso le cose sono cambiate, adesso gli industriali che pagano vengono cacciati, non quelli che si ribellano alla mafia!
RIBELLIAMOCI!

Italiani...

Popolo di ignoranti?
Sì, è così. Siamo un popolo di ignoranti. Poniamo un rimedio a questo! Smettiamo di dipendere sempre da altri!
È questo il nostro problema: la dipendenza morale da altri. Come fare per rimediare? Molto semplice: BASTA RAGIONARE CON LA PROPRIA TESTA!!!
Secondo voi è giusto dire “io mi faccio i fatti miei e sto tranquillo”???
NO, NON è GIUSTO!!! Dobbiamo denunciare i fatti di camorra alle associazioni antiracket e alla polizia/ai carabinieri!!!
Popolo di dipendenza?
Essere dipendenti non significa per forza essere dipendenti alle sostanze stupefacenti, ma significa anche essere dipendenti da altri!
Basta con la dipendenza da altri! Facciamo come ci dice la nostra coscienza e non come ci dicono gli altri!

La bella voce dei diritti umani al ritmo gioioso di 'Pata pata'

ROMA - È morta, come ha detto Nelson Mandela, nell' esercizio delle sue funzioni, facendo quello che sapeva fare meglio, ovvero cantando, come i vecchi capocomici che passavano fino all' ultimo dei loro giorni sul palcoscenico. E del resto, quando le chiedevano perché non aveva mai accettato di assumere un ruolo esplicitamente politico lei rispondeva: «ho avuto molto offerte in questo senso, ma ho sempre rifiutato. Il mio ruolo è cantare». E infatti cantava, ammaliava col timbro infuocato e dolente della sua voce profonda, e lo ha fatto fino all' ultimo giorno. L' altro giorno, a Castel Volturno, era arrivata in condizioni precarie, non stava bene, era stanca, malata, ma non se l' era sentita di dire no, per la battaglia contro la camorra, per Saviano, per quel paese dove due mesi fa erano stati barbaramente uccisi sei ragazzi del Ghana, lei che era sempre stata l' ambasciatrice dei popoli africani in cerca di riscatto. Miriam Makeba era figlia di una terra, il Sudafrica (dove era nata settantasei anni fa) di splendide risorse naturali, devastata da aspri conflitti, schiacciata a lungo da un apartheid razziale nei confronti dei quali era insorto il mondo intero e che aveva creato una mobilitazione senza precedenti del mondo della musica, da Biko di Peter Gabriel a Graceland di Paul Simon, fino alla denuncia di Sun city messa in piedi da Little Steven con l' aiuto delle maggiori star planetarie, per non parlare dei megaconcerti di Wembley nel nome di Mandela. Miriam Makeba era uno dei migliori frutti spuntati da quella terra così ricca di musica. Non solo, era stata la prima in assoluto a lanciare il verbo africano nell' autoreferenziale mondo musicale anglosassone. E del resto quel singolo, Pata pata, cantato con parole africane ("Sat wuguga sat ju benga...") era irresistibile, era un' esplosione incontenibile di gioia ritmica, di intrecci vocali, una palla di purissimo e tribale sole africano lanciata nel mercato più importante ed esclusivo del mondo, capace di far ballare i ragazzi in ogni angolo del pianeta. Ancora oggi quel singolo capita di sentirlo in discoteca. Basta l' attacco e l' entusiasmo è assicurato. Complice di quell' affermazione fu Harry Belafonte, che la aiutò in ogni modo, e che poi incise con lei un album capolavoro intitolato An evening with Belafonte/Makeba, per il quale nel 1966 vinse un Grammy. Andate a riascoltarlo, ancora oggi quel disco commuove, vola lieve in un oceano di malie terzomondiste, e rimane un pionieristico caposaldo di quella che impropriamente negli anni a seguire è stata chiamata world music (un termine che la Makeba ha sempre disdegnato). Tutto ciò avveniva molti anni prima che Marley diventasse il grande profeta della musica del Terzo Mondo. Ma neanche quel successo bastò a garantirle tranquillità. I problemi di razzismo che l' avevano condannata a un esilio trentennale dal suo paese d' origine (solo nel 1990 tornò in patria grazie alle pressanti richieste di Mandela) se li ritrovò anche in America, quando commise il grave peccato di sposare il leader afroamericano Stokely Carmichael, nel 1968. Improvvisamente si chiusero porte, furono annullati concerti e contratti discografici, la pavida e ancora segregazionista America di quei tempi scoprì di essere spaventata da una donna africana dalla voce potente che sposava uno dei più temuti leader della rivolta nera. Il che ovviamente non le ha impedito di continuare nella sua battaglia. Con invidiabile tempra di combattente ha sposato molte delle cause legate alla lotta di liberazione del continente africano. È stata delegata della Guinea presso le Nazioni Unite, ha continuato a cantare sui temi dell' impegno civile, concedendosi di tanto in tanto qualche pausa più lieve, come quando partecipò nel 1990 al festival di Sanremo, cantando in coppia con Caterina Caselli. Ora le sue biografie, corrette in tempo reale nel web, portano la sorprendente dicitura: Johannesburg, 4 marzo 1932 - Castel Volturno, 9 novembre 2008. Chi avrebbe mai immaginato che la sua formidabile tempra si sarebbe arresa in un giorno di novembre, in un paesino italiano, dopo aver cantato contro la camorra?


Una persona che fino all'ultimo si è battuta contro le discriminazioni di razze e l'illegalità, dove la troviamo una persona così?
Quante persone hanno fatto quello che ha fatto questa persona?

domenica 9 novembre 2008

In che razza di mondo siamo finiti?

(ANSA) - GERUSALEMME, 9 NOV - Una violenta baruffa tra monaci armeni e greci ortodossi e' scoppiata nella Basilica del Santo Sepolcro. La polizia e' stata costretta a intervenire per ristabilire l'ordine e ha fermato due monaci. La baruffa, che gia' altre volte si e' verificata, e' stata causata da contrasti sui preparativi di monaci armeni per una loro ricorrenza religiosa. La Basilica e' infatti al centro di forti rivalita' tra le sei confessioni cristiane che ne hanno il controllo.

MONACI CHE SI ACCIUFFANO E INTERVIENE LA POLIZIA?!?!?!?!
QUESTO è UN VERO ARTICOLO DELL'ANSA NON L'HO INVENTATO IO!!!

giovedì 6 novembre 2008

Io non ho paura... tu?

In molti si chiederanno se ho paura o no ad aver scritto che sono di Napoli, ad aver pubblicato la mia e-mail e il mio nome e cognome… a questi rispondo: HO PAURA SOLO DEL NOSTRO SIGNORE, DI NESSUN ALTRO.
Tutti noi dobbiamo chiederci: "ma di cosa ho paura?" se ci rispondiamo dicendo che abbiamo paura del mondo che ci circonda, significa che appoggiamo le attività illegali!

mercoledì 5 novembre 2008

"La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino" raccontata da Benny Calasanzio

Io ricordo poco della mafia che ho conosciuto. Per fortuna forse. Ero molto piccolo quando mio zio e mio nonno vennero uccisi. Dell’omicidio di mio zio Paolo, infatti, non ricordo praticamente nulla. Però, dopo solo otto mesi, uccisero mio nonno, e allora fu come svegliarsi di colpo, fu come perdere un’innocenza e una verginità intellettuale incapaci di comprendere tanta spietatezza. Da lì cominciai a ricordare ed ad accumulare immagini, sguardi e silenzi che mi diedero una chiara consapevolezza di cosa fosse realmente la mafia. Un episodio in particolare mi è rimasto bene impresso e che, in una sorta di lucida schizofrenia, ho di fronte quotidianamente; fu la prima volta che ebbi a che fare con quella “cosa nostra” che a sette anni vedevo rappresentata nei disegni come una piovra, con tentacoli ovunque, ma che vedevo saldamente relegata nella carta, nei libri, lontano da me: ero nella sala d’aspetto di un pediatra, ed ero seduto sulla sedia, accanto mia madre, e ricordo che muovevo i piedi, che ancora non toccavano terra, avanti e indietro, come fanno splendidamente i bambini spensierati. Aspettavamo il nostro turno per una visita di routine. Poi sentii il rumore della jeep di mio padre, e vidi lui scendere lo scivolo che portava alla sala d’aspetto con gli occhi gonfi. Mia madre non ebbe bisogno di una parola. Fu lei ad urlare solo “mio padre”. Quella fu la conclusione di un conto rimasto aperto dopo l’omicidio di mio zio Paolo, fratello di mia madre, avvenuto otto mesi prima. In quel momento capii anche che cosa nostra non lasciava mai capitoli aperti. Non ricordavo però quando quel conto era stato aperto, quando Paolo e Giuseppe Borsellino osarono dire no a quella organizzazione criminale che riduce i siciliani in tanti piccoli schiavi di un padre-padrone eternamente senza nome. Ma andiamo con ordine. Negli anni, dei due omicidi in casa quando c’ero io se ne parlò raramente. Il discorso da mia madre non fu mai affrontato direttamente. Ma vedevo quotidianamente i segni che quei lutti provocarono su di lei e su tutta la famiglia. Neanche mio zio me ne parlò mai. In seguito venni a sapere che in quegli anni, mentre io ancora giocavo e disegnavo, loro avevano portato avanti la battaglia che aveva iniziato mio nonno Giuseppe la notte stessa dell’omicidio di mio zio Paolo. Nei loro silenzi protettivi, loro lottavano, andavano alle manifestazioni in giro per la Sicilia, a Rosso e Nero di Michele Santoro, da Tano Grasso, mio zio scriveva all’ On. Violante (che non gli rispose mai). Leggendo requisitorie, fascicoli dell’inchiesta e articoli di giornale ho potuto avere chiara una storia che per tanto tempo è stata giustamente vissuta come tabù in famiglia nei miei confronti, e sulla quale, senza dubbio, le inchieste giudiziarie non hanno fatto abbastanza luce, luce che avrebbe potuto dare una minima speranza di fiducia nella giustizia ma che di fatto ci lascia ancora oggi con l’amaro sapore della doppia beffa in bocca. Credo fermamente che questa sia prima di tutto una storia di martiri di mafia, e come tale vada raccontata, perchè emergano alla fine, sì la speranza e la voglia di giustizia come risarcimento morale per me e per la mia famiglia, ma anche le responsabilità di chi non ha protetto la scelta coraggiosa dei miei parenti di affidarsi alla giustizia quando avrebbero potuto cercare altre vie “non ufficiali”. Mi avvarrò nella mia ricostruzione di una lucidissima analisi fatta da mio zio Pasquale, fratello di Paolo e di mia madre Antonella, oggi sposato, con una splendida famiglia e una affermata carriera da psicologo in Veneto.
Per iniziare mi viene in mente il titolo di un articolo apparso tempo fa su Diario “Borsellino? Erano in tre”. Non erano giudici, non avevano deciso di sacrificare la vita per la lotta alla mafia, come aveva fatto il più illustre Paolo. Erano persone normalissime, che lottavano per mantenere una famiglia. Nient’altro. Ma sono diventati eroi quando nella loro normalità e nel loro rifiuto del compromesso hanno saputo dire no ad una logica mafiosa che oggi più che mai si scopre attuale, e che spero possa essere sconfitta dalle nuove generazioni, compresa la mia, che hanno e avranno la fortuna di poter guardare indietro e avere esempi di vita, come Falcone, Borsellino, Impastato, e tanti altri. Tra questi altri, a parer mio, ci sono anche mio nonno e mio zio.
Mio nonno, Giuseppe Borsellino, nasce a Lucca Sicula nel 1936 , in una di quelle famiglie siciliane nelle quali appena nato devi subito fare del tuo per portare il pane a casa perchè la fame è tanta. Si sposa giovanissimo con mia nonna Lilla e comincia una lunga sequela di lavori andati più o meno bene che lo portano condurre camion e a fare il trasportatore. Qui la sua vita si intreccia a doppio filo con quella di suo figlio, mio zio Paolo, nato nel 1961 e orientato da sempre verso quel tipo di lavoro “duro”, tutto polvere, camion e cemento che ora era diventato anche quello di suo padre. I due cominciano a dedicarsi completamente a ciò che riguarda il movimento terra e il trasporto di inerti, e con un budget poco al di sopra dello zero iniziano questa attività di cui avrebbero condiviso l’inizio e purtroppo anche la fine. Comprano un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente rateizzato. Non ci sono soldi neanche per installarlo. I miei parenti non avevano boss che finanziassero per loro, se li avessero avuti probabilmente avrebbero aperto una bella clinica privata a Bagheria, avrebbero amici “importanti” in Regione e soprattutto sarebbero vivi. Ma mio zio e mio nonno erano un altro genere di persone, un altra “razza”. Erano fondamentalmente persone oneste. Umili, in difficoltà finanziarie, a tratti disperate, ma oneste. Siamo alla metà degli anni ottanta, e piano piano l’impresa avvia la sua produzione, fornendo materiali prevalentemente ai privati, visto che, stranamente, a contendersi i lavori pubblici della zona di Lucca sono sempre le stesse tre imprese, due di Agrigento e una di Giuliana, come se esistesse un “patto” tra amministrazione e imprese per la spartizione dei lavori. Ma questo non interessa me e non interessava mio zio e mio nonno che lentamente stavano avviando la loro impresa con grandissimi sacrifici. Ma come le regole implicite della sicilianità più ortodossa insegnano, prima di fare qualcosa sul territorio devi chiedere il permesso, devi essere autorizzato da un ente parastatale a cui ogni tanto devi cedere parte del ricavo se vuoi continuare ad essere “protetto”: il “Ministero dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Non chiedere il permesso ed essere un’alternativa alle imprese “protette” evidentemente non piacque ai vertici e forse fu il primo passo falso. La neonata impresa di calcestruzzi: contava quattro operai, disponeva di un capitale minimo e di certo non ambiva a conquistare nessuna posizione dominante nel panorama imprenditoriale della zona; anzi, furono proprio la situazione economica critica, la scarsità di lavoro filtrata dalle tre imprese preminenti ad essere un segnale per coloro i quali avevano capito da tempo che quella azienda momentaneamente in difficoltà, in quella posizione strategica doveva essere rilevata, e doveva esserlo a qualunque costo. Infatti le offerte non tardarono ad arrivare, e questo, si può dire, fu realmente l’inizio della fine. La prima offerta, 150 milioni, ricevette come risposta da parte di mio zio Paolo una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese, e dopo evidentemente un’attenta valutazione da parte della cosca di Lucca, giunge ai miei parenti una nuova offerta apparentemente più appetibile: 150 milioni di lire per il 50% dell’impresa da parte di Calogero Sala, imprenditore di Burgio. Non si poteva più rifiutare perchè ormai la situazione economica era al collasso, e padre e figlio, di comune accordo decidono di vendere. I nuovi soci dell’impresa si chiamano Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro, Polizzi Paolo. Concretizzato l’acquisto, il gruppo comincia ad investire subito in mezzi e beni per l’impresa, in modo tale da aumentare il capitale sociale e costringere i miei parenti a cedere ulteriori quote, fino a metterli fuori gioco: questo sembrava il tentativo fin dall’inizio, quello di liberarsi dei Borsellino il prima possibile e in qualunque modo. I rapporti, come prevedibile, si deteriorano da subito. Gli alberi dei nostri terreni cominciarono ad essere tagliati, i camion ad essere incendiati, e le minacce si moltiplicavano ogni giorno. Le pressioni per abbandonare l’impresa non erano più tanto implicite, e più volte, anche davanti ad altre persone, mio zio e mio nonno furono minacciati dagli altri soci. Ma la morte è lontana dai pensieri della nostra famiglia. Non potevano arrivare ad uccidere un uomo per un’impresa, al massimo avrebbero provato a spaventarlo. E’ stata questa forse la nostra più grande ingenuità, pensare che se eri onesto non dovevi temere, anche perchè avevi la giustizia accanto. E fu questo punto che ebbe inizio un breve piano inclinato, sul quale il primo a rotolare fu mio zio Paolo, che trovò la morte ad aspettarlo alla fine della sua discesa il 21 Aprile del 1992. Viene ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua Panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì. E’ un bluff. Nonostante il pressapochismo delle indagini si può intuire che mio zio sia stato ucciso in un altro luogo, poi portato in quel posto e nuovamente colpito per completare la messa in scena. Mio zio è morto molto lontano da lì, ma questo evidentemente non era importante per il proseguo delle indagini. Quel giorno tornava da Alcamo, con un suo amico e compagno di lavoro da sempre: Giuseppe Maurello. Erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per il camion, ma la strada del ritorno si è interrotta prima di arrivare a Lucca. Forse quell’amico che era con lui sapeva fin dall’inizio che mio zio non sarebbe più tornato, forse lungo il tragitto era prevista una tappa che mio zio non conosceva, e che forse conosceva Maurello. Ciò che è certo è che quella fu la sua ultima tappa. Dopo pochi giorni riconsegnarono alla mia famiglia l’auto nella quale fu ritrovato mio zio: c’erano ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, sembrava quasi che non fosse stata neanche esaminata, era come se i rilievi sul posto del ritrovamento e sull’auto fossero stati volutamente fatti superficialmente. Ciò mi porta alla mente le indagini preliminari svolte dopo l’omicidio di Peppino Impastato, ma questa è un’atra storia. Sembra, a nostro parere, che non ci sia mai stata la voglia e la forza di trovare i colpevoli, che non ci siano state indagini svolte seriamente e in maniera ponderata fin dall’inizio, e che non ci sia stata infine una minima apparenza di interesse da parte degli inquirenti ad andare avanti. Mio zio Paolo fu ucciso perchè rappresentava l’ultimo baluardo alla conquista dell’impresa e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito: nella zona dovevano realizzarsi le canalizzazioni di tre fiumi. Era la prima vera occasione per i neo-soci di entrare nei giri importanti dei lavori pubblici che contavano. E mio zio era l’ultimo problema. Tolto di mezzo Paolo, mio nonno si sarebbe zittito e avrebbe ceduto la propria quota e allora gli affari sarebbero potuti decollare. Mio nonno Giuseppe non era un eroe, e non sarebbe mai voluto diventarlo, proprio come tutti i veri eroi. La sera stessa dell’omicidio, quando i miei genitori ancora dovevano raggiungere Lucca, lui era già in caserma per iniziare a collaborare con la giustizia, con la dott.sa Plazzi, perchè sapeva tante cose che se fossero davvero state ascoltate e prese in considerazione, almeno mio nonno sarebbe stato salvato, e qualcun altro sarebbe in galera. Ma, come scrive mio zio Pasquale, “quando in Sicilia uccidono qualcuno si pensa che abbia fatto comunque qualcosa di cattivo, che se la sia cercata la morte”, e questo pensiero sembra aver dato una direzione quantomeno superficiale per non dire criminale alle indagini. Mio nonno si reca in caserma e parla, parla e parla fin quando non ha più nulla da dire, descrive minuziosamente tutte le circostanze, dalle offerte per la cessione dell’impresa, fino alle minacce e ai pedinamenti. Ma mentre lui parla forse non tutto viene ascoltato e scritto. Parla di cosche, delle implicazioni politiche nei malaffari, delle infiltrazioni mafiose della zona nelle istituzioni, e quello che girava intorno agli appalti e soprattutto quello che riguardava il settore del calcestruzzo.. Dice, forse, troppe cose anche per un giudice. Certe cose, si sa, è meglio lasciarle sotto il tappeto, pulire si, ma solo fino ad un certo punto. Lasciamo nell’ombra ciò che nell’ombra deve restare. Chiaramente dopo poco tempo, per un’accidentale fuga di notizie la sua collaborazione è già di dominio pubblico. Anche per lui il piano comincia ad inclinarsi, ma nessuno ci crede, non possono uccidere anche lui. Negli otto mesi trascorsi fino al giorno del suo omicidio mio nonno quasi quotidianamente si trova a parlare con gli inquirenti, non lascia nulla di intentato, chiama la commissione antimafia, si mette in contatto con il Centro Studi Impastato, cerca magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si ferma un solo minuto fino a quando il pomeriggio del 17 dicembre del 92 lo fermano altri. Parla anche con Umberto Santino. Egli mi racconta in questi giorni di quella chiamata, mi dice che la ricorda con emozione, e che avevano fissato un appuntamento a Lucca: “purtroppo gli assassini arrivarono prima”. Giorno dopo giorno sente sempre di più la solitudine, non solo da parte di un paese che lo ha completamente lasciato da solo, per paura o per vigliaccheria, ma anche da parte di una magistratura che non lo protegge, che lo lascia circondare dagli sciacalli che di li a poco lo raggiungeranno. “Prendeteli o quelli mi ammazzano” implora gli inquirenti. Fa nomi e cognomi, ricostruisce circostanze, ma nessuno viene arrestato. “Sono un morto che cammina” ebbe modo di sentire mia madre dalla sua bocca. Ormai si era rassegnato: barba lunga, vestiti neri, sprofondato in una vecchia poltrona aspettava quella fine che forse solo lui aveva intuito e alla quale forse andava incontro per porre fine ad un dolore che dall’interno, forse lo avrebbe portato via comunque. La morte di mio nonno fu come nel romanzo di Gabriel Garcia Màrquez la “Storia di una morte annunciata”: le istituzioni quando non sono nutrite dalla vigoria, dalla forza e dai valori di certi uomini diventano scatole vuote non in grado di aiutare più nessuno. La Prefettura rilasciò a mio nonno l’autorizzazione al porto d’armi per una pistola per difesa personale. Uno stato che concede come unico aiuto l’autorizzazione a difendersi con le armi.
Tutte le sue dichiarazioni rese alla giustizia, dopo pochi giorni arrivavano alle orecchie di coloro i quali lo avrebbero ucciso; infatti nel 93 nel corso dell’ operazione antimafia “Avana 2” vengono arrestati un impiegato della Cancelleria di Sciacca e gli agenti di scorta del magistrato cui mio nonno si rivolgeva. Purtroppo mio nonno era già stato ucciso. Il 17 dicembre 92 esce di casa per comprare le sigarette, chiede a mio cugino, piccolo figlio di Paolo, di accompagnarlo, ma quel giorno per pura fortuna mio cugino non ha voglia di uscire. Parcheggia la sua macchina di fronte al tabacchino, compra le sigarette e risale in auto. Mentre sta per fare retromarcia vede dallo specchietto una moto di grossa cilindrata, una enduro, allora si ferma e la lascia passare. La piazza è piena di gente. Gente al bar, gente che passeggia, gente che guarda, gente che ride. I due in moto lo affiancano e scaricano su di lui un caricatore di mitraglietta. La pallina aveva terminato la sua corsa su di un piano che ormai era diventato verticale. Mio nonno sapeva tutto, sapeva chi aveva ucciso mio zio, conosceva mandanti ed esecutori. Poteva prendere una pistola e farsi giustizia da solo. Poteva fregarsene di quella giustizia che lo aveva abbandonato e fare una pazzia. Non lo fece, e la fine è nota a tutti. Mia madre ebbe a dire: “ si potevano toccare i proiettili sotto la pelle, sulla spalla” e lì forse mi feci un’idea reale, materiale di ciò che era successo. Faccio mie a questo punto le tre domande che mio zio affidò ad un foglio che non aveva un destinatario preciso e che spero lo trovi adesso:
1) Mio zio Paolo è stato ucciso. Mio nonno ha fatto nomi e cognomi, ha descritto fedelmente fatti e circostanze fornendo indizi ben precisi; perchè non è successo niente? Perchè la magistratura non è intervenuta tempestivamente?
2) Se quello che ha detto era tutto falso, perchè allora lo hanno ucciso? Alla luce della morte di mio nonno, le sue dichiarazioni non sono mandati di cattura?
3) Di chi è la responsabilità della sua morte?
Queste sono domande alle quali si deve dare una risposta, perchè non si può accettare che un uomo si fidi della giustizia, e che quest’ultima, di fatto, lo consegni, pur senza intenzionalità, nelle mani dei suoi killer. La mia famiglia a quell’epoca chiese giustizia, “giustizia subito, non quando questa sembrerà vuota e inutile”. Da quei mesi terribili sono passati quattordici anni, che a me sembrano tantissimi. Poi guardo mia madre, mia nonna e mio zio e capisco che per loro è passato poco più di un attimo. Mentre li guardo penso a quanto poco si sia fatto per evitare che la vita di un’intera famiglia venisse resa un inferno, quasi un’attesa faticosa e quotidiana della pace eterna. E guardo a quel paese, Lucca, che dalle finestre delle case vide prima mio zio già morto depositato su una macchina e teatralmente colpito, e poi mio nonno giustiziato in perfetto stile mafioso in piazza, in pieno giorno. Guardo a quelle persone che con il loro silenzio hanno forse salvato la loro vita, ma che hanno condannato noi ad odiare quel paese, ad odiare quella gente e quell’omertà che uccide più dei pallettoni che noi, e non gli inquirenti, trovammo nell’auto. Se vieni ucciso per mafia in Sicilia rischi di essere ucciso due volte: la prima dai proiettili, la seconda dall’indifferenza.
Poi guardo a quella giustizia così appannata, così provinciale, così pressapochista a cui mio nonno si affidò in quell’epoca per dare un senso a quella vita che gli rimaneva, per potere continuare a vivere sapendo di aver fatto di tutto perchè coloro che gli avevano ucciso suo figlio pagassero. Forse fu un terribile sbaglio affidarsi ad un sistema giudiziario frammentario, che di li a poco, nelle tristi occasioni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio mostrò tutte le spaccature e le contraddizioni che vi erano al suo interno. O forse era la cosa giusta da fare, dare tutto e subito prima che i killer tornassero a finire il lavoro, e lasciare nelle mani dei giudici quanto più materiale possibile per fare giustizia e per dare una svolta a quella Sicilia sonnecchiante sotto quel sole che ti spinge a socchiudere gli occhi quando è “giusto” che tu non veda. Quattordici anni sono passati, e la mia famiglia ancora aspetta. Per Paolo ancora non ci sono colpevoli, non ci sono processi e non ci sono imputati. Per mio nonno un killer è in carcere. Può questo bastare a placare il dolore e la rabbia per tutto quello che è successo? Ci si aspetterebbe da noi forse una condanna della giustizia e dei suoi uomini, senza distinzioni, forse sarebbe comprensibile, forse legittima. Ma nonostante tutto, noi come famiglia, da “buoni stupidi idealisti”, non riusciamo ancora a rinnegare quella giustizia che ci ha abbandonati. Non riusciamo a dire che la giustizia non esiste, non siamo mai riusciti anche solamente a pensare di affidarci ad un altro tipo di giustizia. Anzi, paradossalmente questa storia è un appello, un urlo a fare della giustizia e della legalità i pilastri portanti da cui ricostruire una Sicilia in ginocchio. Voglio dire e sottolineare, e a questo tengo più di tutto, che non ci sentiamo affatto sconfitti dalla mafia, che ci sentiamo orgogliosi di aver avuto dei parenti che hanno avuto il coraggio di dire no ad un sistema condiviso e quotidiano che schiaccia i siciliani e li fa sentire paradossalmente protetti, senza spazio e senza aria, ma protetti. Mio zio e mio nonno non sono più accanto a noi, è vero, ma quello che hanno fatto è per noi un percorso di fiume ben segnato, dal quale non si può straripare, dal quale non si può anche solo casualmente deviare: è la via della legalità e dell’antimafia, della lotta a quel cancro che sta corrodendo la Sicilia da anni e che non accenna a mollare la presa, è il rifiuto del puzzo del compromesso mafioso, è la voglia di respirare il profumo di quella primavera nuova che verrà. La mafia non è stata sconfitta, come qualcuno allegramente proclamava. E stando alle indagini è presente ai vertici delle istituzioni regionali. E’ questo che fa più male a chi come noi ha vissuto già una volta sulla propria pelle il significato di “mafia”. Ci fa male vedere un presidente della regione indagato per favoreggiamento alla mafia, fa male vedere i suoi assessori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, e fa male quando lo stesso presidente dice che “la mafia fa schifo”. Noi, come familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo che queste cose si lascino dire a chi può permetterselo, a chi ha l’onore e la reputazione per farlo; chi se ne è appropriato, francamente, stando alle indagini, è sempre più inadatto a farsi padre di questi proclami.

"La storia di Antonino e Francesca" raccontata da Benny Calasanzio

Quando si parla di Burgio, Lucca e Villafranca, profonda provincia di Agrigento, alla gente non viene in mente né l’olio, né le mandorle né le arance, tipiche di quei luoghi. Per tutti coloro che si occupano di cronaca quello è il triangolo della morte, un territorio di pochi chilometri quadrati insanguinato da decine di omicidi, avvenuti tra l’indifferenza e l’omertà della gente cui hanno tolto anche la possibilità di reazione, di presa di coscienza. Un sistema perfetto di sangue, soldi e impunità. Pochi ricordano però che in quel triangolo di sangue, dodici anni fa ci furono due schiene che rimasero dritte e non si piegarono al peso del compromesso, dell’umiliazione morale. Nel cuore del mandamento della Ribera dei Colletti e dei Capizzi, tra la Lucca degli Imbornone e il Burgio e la Villafranca in mano ai Radosta, tornano dalla Germania due emigrati, due che se ne erano andati in cerca di fortuna e tornano con un buon capitale da investire nella loro terra d’origine. E’ il 1993 e loro si chiamano Francesca Inga e Antonino Candela. Giusto il tempo per avere le licenze per la ristorazione e Antonino e Francesca aprono un Bar, a Villafranca, e un ristorante, sul territorio di Lucca. Il ristorante lo chiamano Charleston, come il ballo del jazz, veloce e brillante: “un posto in cui chiunque entrava, rimaneva affascinato -dice Antonino Candela- perché aveva un grande salone dall'ambiente esclusivo, elegante, dove la gente, non sapendo dove andare, aveva un punto di riferimento per passare le serate, per gustarsi la pizza e la cucina siciliana”. E’ una vita perfetta la loro, invidiabile. Così invidiabile che rode parecchio a chi non ha capacità, a chi è inabile. Parliamo degli uomini di Cosa Nostra, gli uomini del nulla. Ma andiamo con ordine. I due locali non vanno bene, vanno benissimo. In poco tempo il bar diviene un grosso punto di incontro soprattutto per i giovani, un posto dove vedersi e bere qualcosa; conosciamo bene il ruolo “sociologico” che ha un bar in un piccolo centro come Villafranca. Tutto va bene, troppo bene, fino a quando cominciano a farsi vedere nel locale strani individui, che Candela descrive come “personalità fumose, membri di una cosca mafiosa che si comportavano in modo grave, con una serie di mascalzonate pesanti e umilianti sulla nostra pelle. Questi animali erano certi del nostro assenso al silenzio, sicuri che non potevamo denunciare facilmente alle loro prepotenze disumane, ma solo subire senza impedimenti i loro soprusi quotidiani, il terrore psicologico, vessazioni e pesanti allusioni alla nostra sfera privata”. Dalle umiliazioni però si passa presto alla devastazione fisica del bar, delle sedie, del biliardo e delle stecche, e quando Antonino protesta, gliene puntano una alla testa e gli dicono: “Non fiatare più sennò sei bello e morto”. Sembrava non volessero il bar, né soldi: volevano solo annientare moralmente Antonino e Francesca, volevano ristabilire la loro supremazia sul loro territorio. In realtà volevano indurli a svendere l’attività e spazzarli via. Per questo presidiavano dall’apertura fino alla chiusura il bar, scoraggiando la gente ad entrare, e rendendo infernale la vita dei due proprietari. Era tutta gente che faceva capo ad Emanuele Radosta, Peppuccio per gli amici, figlio di Stefano, vecchio capo bastone ucciso nel 1991, ormai disabile, spedito prima del tempo al Creatore a colpi di pistola. Ora era il figlio a tenere in piedi quel circo della morte, lo spaccio di droga, il controllo del territorio. “E lì fermo, c'era sempre lui, il capo autoritario oltre misura, il pezzo da novanta, un giovane avido, figlio di un noto boss assassinato dalla mafia nel 1991. Il figlio aveva ereditato il suo potere, così l'impronta mafiosa era passata di generazione in generazione. Era un dovere trasferirla da padre in figlio, e si sapeva, lo sapevano tutti da dove proveniva e dove pretendeva di andare”. Nel ristorante la situazione era ormai la stessa del bar. I soliti noti si presentavano, mangiavano quello che volevano a tutte le ore, e, naturalmente, non pagavano mai. Una volta uno di loro, Antonino Perricone, vice di Radosta, entra nel bar e prende un caffè. Lo beve, con calma, ed esce. Antonino è stanco di far finta di nulla, si fa coraggio e richiama lo scagnozzo del boss: “Ma com’è andata a finire qui? Tutti mangiano, bevono e non paga nessuno?”. L’uomo si blocca, fissa Antonino e gli si scaglia contro prendendolo per il collo. Gli sputa in faccia, due volte prima di essere allontanato da un terzo. La vita di Antonino e Francesca, che hanno anche due figlie piccole, si è trasformata in un inferno senza uscita. Sanno cosa vuole quella gentaglia, ma sanno anche che denunciare non sarebbe servito a nulla, perché non sarebbero riusciti a dimostrare nessun reato, sarebbe stata solo una provocazione che avrebbero pagato a caro prezzo. Vanno avanti, senza molte speranze di cambiamento, senza novità fino alle venti e trenta del 17 marzo1996. Dentro al ristorante c'era già un buon numero di clienti. Tra questi c'era anche un gruppo di persone che arrivava da Burgio. Per la bambina piccola ormai è tardi, il sonno comincia a farsi sentire. Antonino decide di accompagnarla dalla nonna che vive poco distante, mentre Francesca rimane al ristorante. Il marito ha solo il tempo di salire in auto con la bambina e uscire dal parcheggio del Charleston. Non sa cosa sta per accadere. “Il momento tragico fu poco dopo, quando quei clienti venuti dal paese vicino avevano pagato la loro pizza ed erano usciti dal locale. Ebbero il tempo di salire sulle loro macchine, quando un uomo sbuca dal nulla e si mette a sparare diversi colpi di pistola contro la vittima predestinata, un certo Carmelo Pinelli, strappandogli la vita senza che questo poveretto avesse il tempo di reagire, o almeno di sfuggire all'attentato”. Pinelli era arrivato qualche giorno prima dall’Inghilterra, dove viveva con la moglie, peraltro incinta. Antonino, avvertito dell’omicidio, torna subito al ristorante temendo per la moglie e la figlia grande rimaste nel locale. Quando arriva non lo lasciano entrare. “Solo quando avevo detto di essere il titolare del ristorante, i carabinieri mi permisero di varcare il cancello. E mentre passavo il porticato, rimasi a guardare con gli occhi terrorizzati, un'automobile messa di traverso adiacente all'uscita. Stavo vedendo la figura esamine della povera vittima dentro la macchina, che aveva incrociato numerosi colpi d'arma da fuoco. Era con la testa penzoloni e aveva nel volto la smorfia disumana, penosa che mi fece togliere il respiro”. Antonino e Francesca sono stravolti. Francesca ha anche visto chiaramente il killer mentre scappava. Francesca ora è una testimone oculare che ha notato bene molti particolari dell’uomo. Qualcosa è drammaticamente cambiato. Lentamente la situazione nei giorni successivi si normalizza. La gente comincia a tornare al Charleston, e anche Francesca e Antonino sono più tranquilli fino ad un pomeriggio: Francesca è dietro alla cassa, sta preparando le ultime cose per la serata. Dalla porta entra un uomo. Lei riconosce subito quella postura, quello strano modo di camminare. E’ lo stesso uomo che aveva visto scappare dopo l’omicidio.
Non si scompone e fa finta di nulla. L’uomo va al bancone e ordina una birra. Tra un sorso e l’altro perlustra palmo a palmo tutto il locale, alla ricerca di tracce, di qualcosa che possa averlo tradito. Dopo qualche minuto, soddisfatto, paga la birra ed esce dal locale. Dalla sera dell’omicidio erano passati pressappoco quaranta giorni. Tutto sembrava essere lontano. Anche i mafiosi avevano allentato la presa sui loro locali e si facevano vedere sempre meno. E anche la serata del 27 Aprile era normale, come le altre. La solita clientela, i soliti movimenti. E’ tardi, e Antonino e Francesca sono seduti proprio di fronte all’entrata del locale. Stanno aspettando che i clienti lascino il locale per poi chiudere e raggiungere casa. Davanti al Charleston c’è ancora un gruppetto di persone, tra le quali Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza in pensione che ora commercia arance. I tre erano usciti circa due ore prima ed erano rimasti fuori a parlare. Finita la chiacchierata, Tramuta ha solo il tempo di arrivare all’auto e mettersi alla guida: “Ebbe solo il tempo di entrare nella propria autovettura, quando all'improvviso fu tempestato da una raffica di proiettili esplosi dal mitra di un killer, che si era trovato lì all'improvviso”. Questa volta è diverso. Questa volta Antonino e Francesca non solo intravedono, non solo sentono, ma vedono direttamente. Tutto avviene perfettamente di fronte a loro. Il killer, scaricato il caricatore sul corpo di Tramuta, fa qualche passo per controllare di averlo ucciso.
Si gira verso Antonino e Francesca e li guarda dritto negli occhi e poi, lentamente, molto lentamente, si allontana verso un veicolo che lo attende. Il killer è certo del silenzio dei due coniugi, sa di averli convinti, sa di averli terrorizzati. I due lo riconoscono perfettamente, nonostante indossasse un passamontagna: era Said Aziz, cittadino marocchino, uomo di Emanuele Radosta. Il boss è titolare di un’azienda di agrumi, e avrebbe ordinato ad Aziz di uccidere Tramuta perché contrastava i suoi interessi. Contrasti sorti per una partita di arance commercializzata in Toscana e per l’acquisto di un terreno. La vita di Antonino e Francesca era stata completamente travolta da questi due eventi. “Restare omertosi era l'unica cosa da fare, sennò poteva cambiare in peggio il segno del nostro destino”. Marito e moglie sono confusi. Se rimarranno a Villafranca dovranno sempre temere una ritorsione, un ritorno dei killer, una chiusura del conto. Dovranno convivere tutta la vita con quel peso sullo stomaco, dovrebbero convivere per sempre con quello stile di vita che per molti è perfettamente normale, l’omertà. I parenti consigliano loro di stare zitti, di dimenticare tutto e far finta di nulla. Ma non ce la fanno. Quando tornano nel locale, qualche giorno dopo, trovano dei fiori davanti all’ingresso. Non sono per la vittima, sono per loro. Si convincono che quello non è più il loro posto. Quello non era più il Charleston e quella non era più la terra per la quale avevano lasciato la Germania. Era stata sporcata di sangue innocente, era stata barbaramente stuprata da quattro balordi che l’avevano trasformata in un cimitero, in una campo di battaglia. Antonino e Francesca lasciano momentaneamente l’Italia, abbandonano i loro due locali e vanno all’estero. Qui, lontano da quella terra maledetta, matura in loro la scelta a cui fin dall’inizio avevano pensato. “Tornare in Italia per presentarci con il ruolo di testimoni chiave presso una caserma dei carabinieri davanti alle autorità giudiziarie”. Decidono di diventare Testimoni di Giustizia, entrare nel programma di protezione e lasciare per sempre la Sicilia. Cominciano a parlare con i magistrati, forniscono testimonianze così impeccabili che sono praticamente mandati di cattura per Radosta e soci. Francesca in particolare, dà agli inquirenti una collaborazione fondamentale, descrive con lucida minuziosità tutti i particolari di entrambi gli omicidi con una calma impressionante. I mesi passano, e presto per i due coniugi arriva il tempo delle testimonianze ai processi, in cui si ritrovano faccia a faccia con i killer e con il mandante. Senza paura. Loro sui banchi dei testimoni, gli assassini in gabbia. Durante le udienze le aule sono terribilmente piene. Tutti amici e familiari degli imputati che lanciano sguardi minacciosi contro i due. Francesca mostra un coraggio disarmante. Durante un udienza è chiamata a riconoscere il killer del primo omicidio. I due sono faccia a faccia. Il pm chiede alla donna se è in grado di riconoscere il killer nell’uomo che ha di fronte. Lei lo fissa negli occhi e dice con tranquillità: “Certo, è lui, ma evidentemente il carcere gli fa bene visto che è ingrassato”. Grazie a loro Emanuele Radosta viene condannato a 28 anni di carcere. Ma per lui non è finita. Una perizia dice che con la mitraglietta usata da Aziz per l’omicidio Tramuta è stato ucciso nel 1992 anche Giuseppe Borsellino, l’imprenditore che stava indagando sull’uccisione del figlio Paolo, ammazzato solo otto mesi prima, e stava portando alla luce un comitato d’affari che metteva nei guai amministratori e politici locali. Radosta viene condannato ad altri 30 anni di carcere. Ergastolo arriva anche per Aziz e per il killer del primo omicidio. La cosca capeggiata da Radosta viene messa in ginocchio e schiacciata dalla Giustizia, grazie soprattutto alle testimonianze di Francesca e Antonino.
La vita di Antonino e Francesca oggi è radicalmente cambiata. Le loro due figlie oggi sono grandi, hanno diciannove e quattordici anni. Vivono in località protetta, nel Nord Italia. Percepiscono una discreta mensilità e lo Stato li assiste in altre incombenze. Non si lamentano. Nonostante questa “nuova vita” cercano di essere persone serene. Li contatto telefonicamente qualche settimana fa e si rendono subito disponibili ad un incontro. Ci vediamo nel giro di qualche giorno in una città del Nord. I loro spostamenti sono coordinati dal sistema di protezione, viaggiano su un’auto blindata e sono protetti durante ogni tragitto da una scorta armata. E’ la tranquillità di Antonino e Francesca, Nino e Franca, la spensieratezza della loro figlia piccola, che ti fa comprendere quanto la scelta di affidarsi allo Stato, di schierarsi dalla parte delle Istituzioni ti renda sereno, nonostante le delusioni, nonostante le difficoltà quotidiane. Mi raccontano che l’unico loro rammarico è il lavoro, l’impossibilità di avviare un’attività. Non possono richiedere prestiti, non hanno garanzie da offrire alle banche. Mi inteneriscono quando mi dicono che per occupare il tempo vanno nei bar o ristoranti a gustarsi una buona pizza, e che si dedicano anche al ballo frequentando una scuola di liscio e ogni tanto vanno con gli amici nelle sale da ballo della città: “Lo facciamo per fare qualcosa, per non stare tutto il giorno con le mani in mano” mi dice Francesca. Parlo con loro per tre ore abbondanti. Lui è un uomo in forma, curato e signorile. La moglie, Francesca, è una bella donna che nonostante tutte le prove che ha affrontato in questi ultimi anni dimostra meno della sua età. La loro figlia, 14 anni, è appassionata di musica rock e adora il gruppo tedesco dei Tokio Hotel, nuovi idoli giovanili. “Ho un blog anch’io, dedicato a loro!” mi dice. Lei, anche se ha solo 14 anni è perfettamente cosciente della scelta che hanno fatto i suoi genitori, la condivide e mi racconta orgogliosa alcuni episodi. E’ una combattente, come mamma e papà. Le chiedo: “Hai capito che genitori speciali hai?”. Lei mi sorride e si vede il suo apparecchio per i denti, decorato bianco-nero in onore della Juventus. La sorella 19enne, che non è venuta all’incontro, non ha ancora superato lo shock. Quando si parla di questi temi si alza e abbandona la conversazione. Ha sofferto una vita diversa dal normale, e come la sorella più piccola ha lottato contro la depressione, come e più dei genitori. Loro capiscono e sperano che in futuro entrambe comprendano fino in fondo la portata della loro scelta, che hanno fatto per garantire un avvenire migliore anche a loro. Se li incontri, vedi solo una famiglia normale. Non cercano onori, né riconoscimenti. Vorrebbero, lentamente, ricominciare a vivere, allacciare rapporti umani, impegnare la loro abilità nella ristorazione, o in qualche altre attività. Sono persone semplici, e lo dico fino alla noia. Prima di salutarci mi raccontano che hanno aperto un blog su internet http://antonioefrancescatestimonidigiustizia.blogspot.com/. Un diario di viaggio per rapportarsi con l’esterno, per conoscere gente nuova. E’ tardi, ci salutiamo. So che per questioni di sicurezza, non ci rivedremo mai più. Mi tornano in mente le parole che Antonino affida al suo blog: “Mai ha traballato il nostro dovere, come anche il dovere degli altri veri Testimoni di Giustizia, che hanno denunciato la mafia. Sarebbe più positivo se ci fossero dei liberi, futuri nuovi testimoni di giustizia, che faranno un primo passo, utile per cambiare se stessi, liberare la loro coscienza dal peccato "Omertà", in questa terra martoriata da tanto tempo, dimenticata dalla legalità. Può succedere da adesso! Forse tra pochi mesi! L'importante è che diventi una prassi nel futuro. Allora si che la parola "omertà" scomparirà dal vocabolario”.

Cos'è la camorra?

La camorra è una forma di illegalità a radici molto antiche ma allo stesso tempo moderne...Dobbiamo ribellarci a chi ci porta sulla strada sbagliata!!! Dobbiamo capire che la strada giusta da seguire non è la delinquenza ma LA GIOIA DI TESTIMONIARE DI ESSERE UNA PERSONA PER BENE E NON UN CAMORRISTA O UN MAFIOSO O ALTRO!!!Facciamo un taglio alla camorra, alla mafia, alla ‘ndrangheta alla sacra corona unita e a tutte le altre forme di illegalità presenti in Italia!!!RIPRENDIAMOCI IL NOSTRO STATO!!!Riprendiamoci quel che ci spetta di diritto, non dobbiamo vivere in una realtà in cui l'illegalità comanda!!!

Roberto Saviano

Roberto Saviano a differenza di molti, ha denunciato fatti di camorra CON LE PAROLE. Un grande uomo, non da considerare un eroe (perché se no la popolazione non potrebbe fare lo stesso) ma come un cittadino italiano MODELLO!!!Ispirandosi a lui e al suo coraggio altre persone stanno scrivendo e hanno scritto libri in cui descrivono la loro esperienza. Prendiamo esempio da chi ha il coraggio!
Roberto Saviano: grazie all'Italia che resiste
150 mila firme di solidarietà a scrittore minacciato
da Camorra
Roma, 22 ott. (Apcom) - "Grazie al paese che resiste". Roberto Saviano, oggi su 'Repubblica', ringrazia quanti gli stanno dimostrando solidarietà, anche aderendo all'appello dei premi Nobel (150 mila firme in pochi giorni). "E' difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà".
Saviano ringrazia il presidente Napolitano, "uomo che viene dalla mia terra", il presidente del Consiglio Berlusconi e "quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà", l'opposizione e i ministri ombra che hanno appoggiato "il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza.
Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte".
Ringrazia i giornalisti, gli utenti dei social network, i professori e gli studenti, e tutti quelli che hanno organizzato letture pubbliche di 'Gomorra': "Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì in ogni piazza ad ascoltare".
Saviano scrive di essersi sentito "cittadino del mondo", ma poi cita Cesare Pavese, per dire che "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Ecco, "spesso in questi anni ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi. Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro. E che paese non è più un'entità geografica, ma che paese è quell'insieme di donne e di uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare".